BENESSERE DIGITALE (di Paolo Siani) – Presentazione

al Circolo Posillipo, 2 ottobre 2026

B
  1. Introduzione

Buona sera e un saluto a tutti. Sono felice di stare qui, in un Circolo che mi è familiare e insieme a voi, rispondendo all’invito di Paolo Siani, amico sin dalla scuola elementare. Mi piacerebbe soffermarmi sui ricordi che ho di quel tempo quando, per giocare o fare i compiti, ci vedevamo nelle nostre case, vicine come lo sguardo delle nostre famiglie sul mondo. Con noi naturalmente c’era Giancarlo, di poco più piccolo: due lord inglesi, sin da piccolissimi. Poi Paolo l’ho ritrovato al ginnasio al G.B. Vico. In seguito, i nostri interessi di studio e poi professionali ci hanno tenuti su percorsi diversi, ma l’affetto è rimasto e si è addirittura rinverdito nel momento in cui entrambi ci siamo messi a scrivere: io faccio il novelliere, a volte scrivo satira di costume, lui scrive libri seri importanti, meditati, come quello di cui parliamo stasera: un libro denso, lo dico subito, tant’è che nella seconda più approfondita lettura, impugnata la matita, mi veniva da sottolineare rigo dopo rigo, parendomi che non si potesse tralasciare nulla. E ancora, Paolo, oltre ad essere stato più d’una volta relatore nelle presentazioni di miei libri, mi ha dato anche più di un’ispirazione narrativa, perché dal suo libro Bambini in carcere è nato un racconto, inserito nel mio libro ultimo Acqua e zammù e poi ne ho scritto un altro, che parla proprio di un incontro immaginario tra i due fratelli a distanza di molti anni dalla scomparsa di Giancarlo [e mi pare che fu letto nella presentazione di Secondi scritti minimi, vero Paolo?]

Adempio dunque a un debito di amicizia; e non solo.

Io avevo preparato, diciamo così, una relazione, ma mi rendo conto che il tempo assegnatomi non basta a svilupparla in modo coerente e sistematico; e allora semmai la affiderò ai social, pubblicandola su Fb o sul mio Blog. E qui mi limiterò ad alcuni spunti che partono dal tema di fondo del suo libro, della necessità di protezione del bambino dal digitale. Bambino: persona in formazione, anche dal punto di vista neurologico. Paolo opportunamente ricorda nel suo libro la maturazione ancora incompleta della corteccia prefrontale e, più in generale, di quelle funzioni esecutive che presiedono al controllo degli impulsi, all’attenzione, alla capacità di differire una gratificazione, all’autoregolazione.

Dunque, non possiamo chiedere a un bambino, davanti a strumenti costruiti anche per catturare e trattenere la sua attenzione, la stessa capacità di autocontrollo che pretenderemmo da un adulto. Sicché è per questo che, almeno nell’infanzia, il primo problema del benessere digitale è anche — e forse soprattutto — quantitativo.

Poi, naturalmente, qualcosa cambia. Crescendo, al quanto si aggiunge sempre più il come.

E anche il compito educativo si evolve.

Premesso questo, devo aggiungere che il libro di Paolo Siani mi ha suggerito una domanda ulteriore, questa volta da giurista (quale un tempo fui); perché il problema del bambino a confronto del digitale sta dentro a uno più grande, che non lascia fuori nessuno.

Altrimenti detto: il problema è soltanto quello di proteggere i bambini o dobbiamo chiederci, più generalmente, che cosa il digitale sta facendo a tutti noi?

E quali strumenti possiedono non solo la medicina (dalla pediatria alla neurologia, dalla psichiatria finanche all’ortopedia), ma pure il diritto, l’etica, la filosofia, per governare una trasformazione che procede con una velocità enormemente superiore a quella con cui siamo abituati a costruire regole?

  1. Una vecchia storia: apocalittici e integrati

In realtà, domande non troppo diverse ce le ponevamo già sessant’anni fa.

E fa bene Paolo a ricordare che nel 1964 Umberto Eco pubblicò un libro il cui titolo sarebbe diventato proverbiale: Apocalittici o integrati.

Allora i grandi mezzi di comunicazione di massa erano una televisione agli albori, la radio, la carta stampata.

Ed Eco individuava due atteggiamenti che ritroviamo ancora oggi.

Da una parte gli apocalittici: che vedevano nei nuovi mezzi di comunicazione la decadenza della cultura, l’omologazione [anche Pasolini si scagliava contro l’appiattimento del linguaggio].

Dall’altra gli integrati: coloro che accoglievano entusiasticamente la cultura di massa, vedendovi soprattutto democratizzazione e diffusione del sapere.

E la sua lezione era: non demonizzare la tecnologia, ma neppure consegnarsi ad essa.

E forse, parlando oggi di social network e di intelligenza artificiale, potremmo aggiornarla, quella visione, con una battuta: né apocalittici davanti all’intelligenza artificiale, questo mostro che un po’ ci terrorizza, né integrati nell’algoritmo.

Avvertiti ovviamente che da quel tempo molto è cambiato e profondamente.

  1. Dal televisore all’algoritmo

La comunicazione di massa osservata da Eco era essenzialmente unidirezionale.

Uno parlava o scriveva e milioni ascoltavano o leggevano.

Oggi invece noi siamo contemporaneamente destinatari, produttori e, in qualche misura, prodotto stesso della comunicazione, perché utilizzando un social, non ci limitiamo a ricevere informazioni. Ne produciamo. E anche su di noi, consegnandole al digitale.

Ciò che guardo, per quanto tempo lo guardo, ciò che invece salto, ciò su cui ritorno, quello che acquisto naturalmente, le persone con le quali interagisco: tutto diventa dato.

La televisione del 1964 voleva conoscere il suo pubblico. Ma più che altro, statisticamente.

L’algoritmo di oggi vuole conoscere me. Gusti, abitudini, preferenze, talvolta persino le mie fragilità; e soprattutto ciò che ha maggiori probabilità di catturare la mia attenzione.

  1. Non siamo più soltanto online: siamo onlife

C’è poi un’altra trasformazione.

Dopo la Tv è arrivato internet. E accendevamo il computer, entravamo nella rete e poi ne uscivamo, però.

Esisteva con sufficiente nettezza un mondo offline e, accanto ad esso, un mondo online: uno connesso e uno sconnesso.

Oggi questa distinzione sta rapidamente perdendo consistenza.

Luciano Floridi ha utilizzato un neologismo felice per descrivere questa nuova condizione: onlife.

Siamo al bar con un amico, nasce una discussione, prendiamo il telefono, cerchiamo un’informazione, leggiamo un messaggio, interroghiamo un’intelligenza artificiale, poi continuiamo la conversazione.

In quale momento siamo stati online e in quale offline?

Il virtuale, in altre parole, è entrato nella nostra esperienza psicofisica.

Ed è questo, semplificando, l’onlife: non due vite, una reale e una digitale, ma una sola vita nella quale le due dimensioni sono ormai continuamente intrecciate.

  1. Eugenio Mazzarella: salvare la presenza

Ed è qui che cade a fagiolo la riflessione svolta in un libro che è stato edito e ho letto nello stesso periodo di Benessere Digitale: dell’amico filosofo Eugenio Mazzarella nella sua Critica della ragione digitale e, prima ancora, in Contro metaverso, significativamente sottotitolato Salvare la presenza.

Una riflessione che ci costringe a compiere un passo ulteriore.

La questione non è soltanto quanto utilizziamo la tecnologia [e ripeto, facendo le opportune distinzioni tra adulti e bambini]. È capire che cosa accade all’uomo quando la tecnologia non è più semplicemente uno strumento che egli utilizza, ma diventa progressivamente l’ambiente nel quale vive, comunica, conosce e pensa.

Quante volte vediamo persone sedute allo stesso tavolo, tutte con il telefono in mano.

Sono presenti?

Fisicamente, di sicuro.

Ma la loro presenza è continuamente interrotta da altri luoghi, altre persone, altre sollecitazioni. Tante volte ci capita di dire o sentirci dire questa frase: “Ma dove sei andato?”

Si è fisicamente presenti e mentalmente altrove, come possiamo essere fisicamente lontanissimi e digitalmente vicinissimi.

E allora a «salvare la presenza» non basta spegnere il telefonino. Ma occorre preservare quella dimensione dell’esistenza nella quale il corpo, il luogo, il tempo e soprattutto l’altro che mi sta davanti continuano ad avere un valore irriducibile.

Ovviamente nel bambino questa idea della presenza acquista un significato ancora più concreto.

Limitare il tempo davanti allo schermo non significa soltanto sottrarlo a qualcosa di potenzialmente dannoso. Significa anche restituirlo a qualcosa: al corpo, al movimento, al gioco, all’esplorazione, alla voce, allo sguardo del genitore (e al “mammese”, come scrive Paolo), agli altri bambini.

E [questo invece lo osservo da scrittore] persino alla noia, che nell’infanzia, può essere uno spazio nel quale nasce l’immaginazione. E noi da bambini per fortuna ci siamo molto annoiati, in ore apparentemente senza occupazione: da lì probabilmente creando un serbatoio di immaginazione che, peraltro proprio in età avanzata torna a farsi spazio. Così almeno sperimento su di me.

  1. Il bambino non entra nel digitale: ci nasce

C’è poi una differenza generazionale che non possiamo ignorare.

Noi adulti apparteniamo, almeno in buona parte, a generazioni che si sono formate offline; poi hanno conosciuto il tempo on/offline e infine sono approdate alla vita onlife.

Per un bambino di oggi è diverso. L’onlife è il suo ambiente originario.

Non entra nel mondo digitale dopo avere costruito la propria personalità. La costruisce anche proprio dentro quel mondo.

Da bambini, nella mia generazione, un genitore poteva dire al figlio:

«Spegni la televisione e vai a fare i compiti o anche solo a giocare.» Ricordiamo, almeno chi ha i capelli bianchi, il “Dopo Carosello tutti a nanna.

Il bambino spegneva il televisore e rientrava nel mondo reale.

Oggi, crescendo, quel confine diventa assai meno semplice.

Dentro il telefono ci saranno gli amici, la classe, finanche i compiti assegnati dagli insegnanti, gli appuntamenti, la musica, le fotografie, le relazioni e una parte, sempre più crescente della stessa identità sociale.

Ed è qui che il discorso del pediatra incontra quello del giurista.

  1. Dal pediatra al diritto

Il pediatra può domandarsi:

che cosa fa il digitale al bambino che cresce?

Il giurista deve aggiungere:

quali diritti costruire perché, diventato adulto, quel bambino possa continuare a essere padrone delle proprie scelte?

Siamo abituati a pensare alla privacy come al diritto di proteggere informazioni che ci riguardano. Se pensassimo all’excursus dei diritti della persona (e qui non c’è il tempo) partiremmo dall’habeas corpus, dal domicilio, alla corrispondenza, fino ai dati.

Ma la tecnologia sta portando il problema assai più avanti.

Non si tratta più soltanto di sapere dove sono stato, che cosa ho comprato, quali siti ho visitato.

Le neurotecnologie, associate alle capacità di elaborazione dell’intelligenza artificiale, aprono scenari nei quali possono essere raccolte e interpretate persino informazioni provenienti dall’attività cerebrale.

Ed ecco comparire una parola che probabilmente sentiremo sempre più spesso: neurodiritti.

Si parla di mental privacy, riservatezza mentale; di libertà cognitiva; di integrità mentale; di tutela dell’identità personale.

E qui emerge una questione di grandissima portata.

Per secoli abbiamo considerato la libertà di pensiero quasi naturalmente garantita.

Perché?

Perché esisteva un ultimo luogo nel quale nessun potere poteva entrare: la nostra testa.

Il diritto proteggeva la libertà di manifestare il pensiero, ma non aveva bisogno di proteggere il pensiero prima della sua manifestazione, perché nessuno poteva conoscerlo.

Oggi quel presupposto, almeno in prospettiva, comincia a non essere più così scontato.

E allora potremmo dover affermare qualcosa che fino a ieri sarebbe sembrato persino superfluo: ho diritto non soltanto a dire o a non dire ciò che penso. Ho diritto a che ciò che penso rimanga mio finché non decido io di comunicarlo.

È forse l’ultima frontiera della privacy: la mente come ultimo domicilio inviolabile della persona.

Ma c’è una domanda ancora precedente

Non soltanto: «La macchina potrà conoscere quello che penso?» [si pensi alla cd. profilazione]

Ma: «Quanto di quello che penso è già influenzato dall’ambiente digitale nel quale vivo?»

All’inizio il digitale registrava ciò che facevamo.

Poi ha imparato a prevedere ciò che avremmo fatto.

Oggi è sempre più capace di orientare ciò che faremo.

Io scelgo un video. L’algoritmo registra quella scelta e decide quale video mostrarmi dopo.

Io scelgo nuovamente. Ma questa volta scelgo all’interno di ciò che l’algoritmo ha precedentemente scelto di propormi.

E allora nasce una domanda molto semplice e insieme molto inquietante: quanto è mia la mia scelta?

E qui filosofia e diritto si incontrano.

  1. Proteggere i figli. Ma dai padri?

Proprio su questo trovo interessante la provocazione di Claudio Velardi, ne Il Riformista, molto stimolante.

Il titolo è già una tesi:

«Legiferare sui figli per assolvere i padri».

È facile dire al minore: tu qui non puoi entrare.

È molto più difficile domandarsi:

che cosa abbiamo costruito noi adulti nel luogo dal quale vogliamo tenerlo fuori?

Velardi utilizza il paragone con il fumo.

Come non possiamo pensare di risolvere il problema semplicemente vietando al ragazzo di fumare mentre gli adulti continuano tranquillamente a fumare intorno a lui, allo stesso modo, non possiamo immaginare di risolvere il rapporto fra minori e social stabilendo soltanto un’età di accesso, se poi lasciamo intatta l’architettura di quei social.

Perché gli algoritmi non sono neutrali.

Selezionano, propongono, insistono.

E soprattutto competono per una delle risorse più preziose che possediamo: la nostra attenzione.

E nel bambino competono per l’attenzione di una persona che non possiede ancora pienamente gli strumenti per difenderla.

La responsabilità, allora, non può essere scaricata sul minore.

È responsabilità dei genitori, certamente.

Ma è anche responsabilità di chi progetta le piattaforme e, infine, del diritto che deve stabilire fin dove quelle piattaforme possano spingersi.

  1. Social e intelligenza artificiale

Occorre però evitare un’altra semplificazione: considerare social network e intelligenza artificiale come se fossero la stessa cosa.

Non necessariamente lo sono.

Una piattaforma sociale è costruita sull’economia dell’attenzione, sicché ha interesse a trattenermi il più possibile (è il discorso dello scrolling infinito e della caduta dell’arresto naturale).

Un sistema di intelligenza artificiale può invece essere utilizzato come strumento: gli pongo una domanda, mi aiuta a cercare, confrontare, comprendere, e poi posso chiuderlo.

Naturalmente anche l’intelligenza artificiale presenta enormi problemi etici e giuridici. E anch’essa può essere progettata in maniera tale da creare dipendenza o simulare relazioni personali.

Ma guardarla con sospetto semplicemente perché è tecnologia significherebbe ricadere nell’errore degli apocalittici di Eco.

Così come consegnarci ad essa senza spirito critico significherebbe diventare i nuovi integrati.

Ed è qui che ritorna la progressione dalla quale siamo partiti.

Con il bambino, anzitutto, protezione. Crescendo, accompagnamento. E progressivamente, educazione critica e autonomia.

La vera fatica intellettuale, allora, non consiste necessariamente nel continuare a fare ciò che una macchina può fare in un secondo.

Consiste nel saper interrogare, verificare, dubitare, confrontare, riconoscere l’errore.

Forse l’intelligenza artificiale renderà meno importante ricordare una data. E anch’io molto frequentemente ricorro ad essa per colmare i vuoti della mia memoria.

Ma renderà enormemente più importante sapere se la data che ci restituisce è vera.

Tre sguardi, una stessa persona

E allora torniamo al libro di Siani.

Mi sembra che intorno al suo tema possano incontrarsi tre discipline.

Il pediatra guarda anzitutto l’uomo che si sta formando, e proprio perché non è ancora pienamente capace di scegliere ci ricorda la necessità di proteggerlo.

Il giurista guarda l’uomo che dovrà poter scegliere, e si domanda quali diritti siano necessari perché quella scelta rimanga davvero libera.

Il filosofo pone una domanda ancora più radicale: quale uomo stiamo formando e quale idea di uomo vogliamo preservare?

E sullo sfondo rimane la lezione di Eco:

non rifiutare il nuovo perché è nuovo; non accettarlo perché è nuovo. Capirlo. E governarlo.

  1. Conclusione

E vorrei allora concludere proprio tornando al bambino dal quale siamo partiti.

Proteggerlo, certamente.

Porre limiti, soprattutto quando non possiede ancora gli strumenti per porseli da solo.

Ma senza commettere l’errore di considerarlo semplicemente la vittima di un mondo digitale nato non si sa come.

Quel mondo lo abbiamo costruito noi adulti.

Perciò non basta regolare il tempo che i bambini trascorrono davanti agli schermi.

Dobbiamo anche domandarci quali schermi abbiamo costruito per loro e che cosa abbiamo deciso di metterci dentro.

Non essere apocalittici, perché non possiamo salvare l’uomo semplicemente rifiutando la tecnologia.

Non essere integrati, perché non possiamo chiamare progresso umano tutto ciò che il progresso tecnologico rende possibile.

Forse il benessere digitale sta proprio nel difficile spazio che separa questi due estremi.

E, nell’infanzia, significa innanzitutto proteggere il tempo necessario per diventare uomini.

Poi significherà insegnare a vivere nella tecnologia senza esserne governati.

Conservando la presenza; difendendo l’attenzione; custodendo i propri dati; mantenendo libera la propria scelta. E forse, domani, dovendo difendere persino l’inviolabilità della propria mente.

E allora, ecco una sintesi, che mette insieme le discipline cognitive di riferimento:

Il pediatra protegge l’uomo che cresce.

Il diritto prepara e tutela l’uomo che sceglie.

La filosofia continua a domandarsi che cosa significhi essere uomo.

E la cultura dovrebbe aiutarci a fare in modo che sia sempre la tecnologia a servire l’uomo, e non viceversa.

Perché, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, c’è almeno una domanda che non possiamo permetterci di delegare a una macchina:

che cosa vogliamo che diventino i nostri figli?

E, forse ancora prima: che cosa vogliamo diventare noi stessi?

di Roberto Di Salvo

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