Carosello napoletano

(Una raccolta di racconti di Guido Trombetti)

C

Presentazione del 14.3.2026 presso la Fondazione Salvatore

         Trovarmi qui a presentare un libro di Guido Trombetti è per me un onore che ricevo ed è un piacere che ricambio, perché Guido da qualche anno è diventato per me un’indefettibile colonna, nella presentazione della maggioranza dei miei libri (e nella totalità di quelli sul calcio-Napoli). E dunque, eccomi qui a parlare anch’io di Carosello Napoletano e riprendere (spero, con qualche spunto di novità) quelle osservazioni che a caldo e un po’ alla buona avevo fatto in proposito nel mio Blog.

        Un presentatore di un libro dovrebbe sempre attenersi a tre regole, che si ritiene siano auree.

         La prima: parlare del libro e non del suo autore.

         La seconda: non mettersi a competere in bravura con l’autore stesso.

         E la terza: non fornire anticipazioni sulla trama e comunque il meno possibile sui contenuti del testo, ovvero – come pare che non si possa più dire diversamente – non spoilerare.

         La seconda cosa mi riesce facilissima, perché come si fa a competere con un gigante come Guido? E d’altronde a Davide, il pastorello, è andata bene una volta, ma solitamente sono i Golia a dominare il mondo.

         Più difficili da rispettare mi risultano le altre due regole. Alla terza porrò una (sola) piccola eccezione; ma particolarmente la prima è in pratica quasi impossibile.

         Come faccio a non parlare di Guido, di cui sono lettore e ascoltatore attento e affezionato. Sì, ho detto lettore e ascoltatore, riferendomi per la seconda cosa a quello che, tra tanti interessi alti in cui lui riesce sempre a primeggiare, v’è anche il suo vizietto, se volete la “malatia”, ovvero la passione calcistica. E se in TV, facendo zapping su qualche canale sportivo, vedo che c’è lui, mi fermo subito per ascoltarlo.

         E poi, come ho detto, ne sono lettore di tutto ciò che produce (fuor che di matematico, s’intende): e cioè, oltre che, per l’appunto, dei suoi libri sul calcio Napoli (altra nostra affinità elettiva), anche dei suoi romanzi e ovviamente degli articoli pubblicati su Il Mattino e anche su il Corriere del Mezzogiorno, con cadenze molto ravvicinate e su temi in cui spazia con una cultura, con un metodo scientifico e, nel contempo, un respiro umanistico che in lui stanno insieme, a braccetto, in maniera semplice e disinvolta,  come se fosse la cosa più normale del mondo per uno scienziato delle cosiddette scienze fredde, parlare di tutt’altro e mostrare anche approfondita maturità e padronanza degli argomenti nei cosiddetti saperi inutili.

         E da tempo questi suoi articoli li leggo in anteprima; anche per questo vi dicevo che non riesco a non parlare dell’autore. Eh sì, perché al mattino tra le sei e le sette – io in verità sono già ben sveglio, perché mi sto per preparare alla passeggiata col mio quadrupede – mi arriva la notifica di WhatsApp e se per caso mi sto attardando ancora a letto, dico a Stella mia moglie, senza guardare il cellulare, questo o è Guido o è Gigi: appunto i miei due amici che mi scrivono di primissimo mattino.

         Ma parliamo un poco di questo libro, del suo merito (e dico: merito, in quanto contenuto, ma subito appresso anche nel senso della meritevolezza). Aggiungo: lo dico anche con un pizzico d’invidia, perché mentre il matematico, esoterico per eccellenza, costruisce attorno a sé e al suo sapere alte recinzioni, con tanto di corrente elettrica dentro, che dissuaderebbero chiunque dall’oltrepassarle, l’umanista – quello professionale, in quanto innanzitutto “abituale” – vive una condizione molto più travagliata. Le porte di casa sua, e le pecore nel suo campo, sono sempre insidiate dai ccdd. pascolatori abusivi. Sarà per certi versi anche la sua fortuna sul piano intellettuale, visto che vive e si alimenta maggiormente di contributi e scambi. Tuttavia, rappresenta anche il suo tormento.

         Quando però il pastore, colui che va a pascolare le sue pecore in altrui pascolo, si chiama Guido Trombetti, ebbene a lui tutto è consentito, in quanto tutto da lui meritato.

         Il libro, il libro allora! Un bonbon.

         E il genere, innanzitutto, quello dei racconti. Potrei soffermarmici a lungo, perché è anche quello mio stesso di scrittura; e l’adoro. E pertanto non dico nulla. Ma ho grande ammirazione per chi vi si cimenta. Perché a differenza dai romanzi, anche i più grandi, a cui si potrebbero fare cospicue sforbiciature di parti che tuttavia stanno lì e non hanno inficiato il successo del libro, i racconti sono spietati con lo scrittore: basta un rigo a perderlo! Se la tensione cala di quel tanto, il ritmo narrativo si spezza o anche solo lo scrittore si “distrae” per un attimo, il racconto finisce, magari non solo metaforicamente, nel cestino.

         In Carosello napolitano ritrovo (ma l’ho letto anche in questi giorni nei trafiletti di benvenuto) Giuseppe Marotta: ciò è del tutto evidente, e non solo perché citato nella sinossi a illustrazione del titolo o espressamente in corso di testo. Ma ci ritrovo anche un altro scrittore – ingiustamente considerato nel panorama letterario vesuviano come un minore, conosciuto più per le sue presenze un po’ guittesche in TV con Arbore, ma finissimo narratore e umorista – che era Riccardo Pazzaglia. Ecco, è nel brodo primordiale che penso si possa dire che si rinvengano elementi comuni ai due, sebbene attualizzati da Guido nei suoi racconti, senza contrapposizione né sovrapposizione rispetto a una bella letteratura partenopea di cui, beninteso con i suoi tratti di originalità, egli è non soltanto profondo conoscitore ma anche continuatore.

         Eppoi, in verità sarebbero tanti i richiami, gli accostamenti e le differenze, rispetto a molti autori, particolarmente del secondo Novecento, che si potrebbero citare (in genere quando lo si fa è soprattutto a gloria della cultura di chi presenta un’opera), e a cui la lettura di Carosello farebbe pensare. Dovrei farlo, se fossi critico letterario. E se non fosse sabato mattina e fuori, in città, non venisse a bussare fin qui alle finestre di questa bella sala, per mostrare il suo splendore, il nostro sole.

         Allora, mi limito piuttosto ad aggiungere questo, d’un libro che intanto è scritto bene, stilisticamente elegante, con una scrittura che crea subito confidenza col lettore, alla ricerca con lui di quelle “quattro chiacchiere” (questo è anche il titolo d’un racconto), che sono pure un tema di fondo, vorrei dire filosofico-esistenziale, del nostro scrittore.

         In una narrazione che si svolge per frammenti (racconti, scene, episodi, figure) a comporre un mosaico coerente ma anche molto dinamico, qui il carosello non è solo metafora, è struttura. E Napoli gira, ruota, ritorna; non è mera ambientazione, ma personaggio totale, è “corpo”, in cui mito e cronaca, sacro e profano, e pure la farsa e la tragedia coesistono. Senza ricerca di spiegazioni, tanto meno di inquadramento didascalico, per una città che – Guido lo sa bene – semplicemente resta inspiegabile, ed è da interpretare piuttosto, ascoltare, attraversare.

         Due tratti di questo libro m’hanno colpito in modo specialissimo.

         Il primo, è che in questo testo scorrevole si scorgono tre diversi grandi registri, su cui Trombetti lavora con precisione, ovvero Napoli come mito civile (nei racconti, ad esempio, Maradona, San Gennaro); Napoli come teatro sociale (manifesti, anche quelli funerari, soprannomi, sparsi in molti racconti, strade e quartieri come il Vomero, Santa Lucia, Forcella, ecc., i tipi umani, tanti) e infine Napoli come nostalgia e ferita (infanzia, perdita, tempo che corrode): e a quest’ultimo proposito sarebbe troppo da ignoranti non ricordare La Capria.

         Ma la forza di questa scrittura sta, a mio avviso, proprio nel modo in cui le tre dimensioni vengono trattate: non separatamente; al contrario, penso che sia il loro impasto a generare energia nel libro, in cui il lettore si trova a salire e scendere, d’un tratto, passando da periodi lineari a improvvisi affondi lirici.

         S’affianca a questa molteplicità di registri – pur non identificandosi con essi – la diversità dei ritmi della narrazione. Ché un lettore non sprovveduto può cogliere una qualità singolare: l’orecchio dello scrittore è sempre teso al ritmo del motore (o al motore del ritmo) sicché il testo accelera quando c’è da raccontare e rallenta quando si medita.

         Un orecchio (intendo, stavolta, quello del lettore), che fosse appunto musicalmente appena educato, potrebbe distintamente riconoscerli come se fossero movimenti musicali:

dal grave al lento, dall’adagio all’andante e poi l’allegretto, l’allegro, fino al vivace. Ma mai movimenti più estremi, mai crescendo rossiniani, piuttosto – come ho detto – dolci alternanze.

         E, in questo ondeggiare, c’è la delicatezza di un timbro narrativo, caratterizzato dalla sobrietà emotiva. La commozione arriva, ma in maniera disciplinata. E discreta.

         Sono tornato a leggerlo l’altro giorno questo libro, ritrovandovi sottolineature di parti che mi s’impressero nel cuore a prima lettura (in verità, quasi non v’è pagina di cui la mia matita non si sia impossessata).

         Alcuni racconti mi hanno emozionato, fin quasi alle lacrime. Certo, soprattutto quando si attivava, anche in me, la nostalgia.

         E la nostalgia – che qui ha casa in una città che ne fa da letto ideale – in Guido Trombetti scrittore-filosofo-matematico, meriterebbe un intero saggio (forse l’azzarderò: “La poetica della nostalgia negli scritti giovanili di Guido Trombetti”).

         Ora devo spoilerare, concludendo così il mio intervento. Poco poco. E leggo da pag. 106: una paginetta-grandissima pagina, utile a un assunto di cui ho tempo solo per l’enunciazione: la scrittura è lirica, lo scrittore è filosofo (ché pensa sulla vita), e le basi, le fondamenta, sono quelle razionali di logica matematica. A svelare proprio queste ultime, v’è una parola (non ve la dico, ascoltate attentamente la lettura) che ha fatto suonare in me il campanello e comprendere Guido più nel profondo, visitare lo scrittore, ma soprattutto l’uomo.

Lettura

Se poi a questo libro devo anche trovare un difetto, l’unico di cui posso dire è che finisce troppo presto. Si vorrebbe che di storie ve ne fossero altre e altre ancora raccontate nella maniera così gustosa, sì saporita proprio direi con cui sa farlo Guido. Ma forse nemmeno questo è difetto almeno se devo ancora stare all’insegnamento di una mia vecchia prozia, amata come una mamma, che mi ha insegnato tante cose della vita e di come si sta al mondo e che ripeteva spesso: “da tavola, ci si deve alzare sempre con un po’ di appetito”.

Grazie e, naturalmente: fatevi un bel regalo, acquistate il libro!

di Roberto Di Salvo

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