
Il mio intervento
Cara Paola, mi hai dato la parola, com’è dell’uso, ma io in effetti non saprei bene cosa dire. Non del libro per lo meno, che quando tu scomodi amici come quelli che tutti voi avete ascoltato, perché ne parlino (bene, secondo una tacita convenzione) e insomma usi dei cannoni, foss’anche soltanto per ammazzare una mosca, non ti puoi mettere poi a competere con loro; non io, che rischierei di sparare a salve.
Devo però ringraziare il Sindaco, Paolo Falco e tutta l’amministrazione comunale per il loro patrocinio non soltanto morale e per l’aver inserito questa presentazione nel programma culturale di Capri per la stagione; ma di lui vorrei dire dopo una cosa, in particolare.
Grazie al Presidente Garofalo e alle associazioni che hanno contribuito alla realizzazione dell’evento.
Grazie a Eugenio, filosofo-scrittore-poeta [ma Paola ha ricordato anche: Preside della Facoltà di Lettere della Federico II e Parlamentare?], uno che dà del “Tu” a Heidegger e Nietzsche e nel tempo libero coltiva una scrittura poetica che penso sia stata esattamente definita “meditativa e carnale” insieme (la sua ultima silloge, arrivata in libreria in questi giorni, si chiama “Almeno sposto la Polvere”) e al quale stasera, per amicizia, è toccato lo zammù.
Grazie ad Alvaro, avvocato e scrittore (un po’ il mio gemello migliore). E anche lui, come Eugenio, è legato a quest’isola, sia per destinazione (il suo buen retiro è sul monte Solaro) ma pure per scrittura (infatti ha appena pubblicato “Tiberio a Capri”): altro libro interessante.
Grazie a Paola, madrina della serata, giurista raffinatissima, e di lei non aggiungo altro, visto che potreste voi dirne più e meglio di me (sebbene anche tra noi due l’amicizia sia risalente).
E grazie ad Annabella. Lei non legge: interpreta. Perché lei è attrice. E se si aggiunge “amatoriale” lo si può fare solo a condizione di intendere che lei ama, profondamente, la recitazione e il teatro.
Ma torno per un attimo – anche per dire delle suggestioni che questa serata mi suscita – al dottor Falco, che ho conosciuto di persona qui (al Centro Congressi) o scorso settembre, in occasione della presentazione del libro “Elio” di mio fratello Enrico. Allora – anche in quel caso il Comune offrì il patrocinio – io ero tra i presentatori e potete immaginare con quanta emozione mi toccò parlare di un libro, straordinario nei contenuti e nello stile, di un fratello che da poco se n’era andato via; un libro che è testamento spirituale, biografia ed autobiografia e il cui racconto prende le mosse tra l’altro proprio da quest’isola, dove incominciano un’amicizia, quella tra lui ed Elio Sica (altro cuore caprese come del resto Enrico stesso, che ne era cittadino onorario), e in pari tempo s’avvia la loro avventura in Amazzonia e poi in Africa, a favore degli ultimi della terra.
Se lo ricordo, oltre che per la consolazione di questa memoria, è anche perché quello degli “ultimi” è una tema molto ricorrente pure nei miei scritti.
Oggi poi – e ci tengo molto per questo a trovarmi qui – il mio libro viene a planare addirittura sulla terrazza Belvedere di Tragara: un luogo che a me è assai caro. Capri e Tragara in particolare l’ho frequentata per molti anni, soprattutto da quando ho sposato mia moglie Stella. A pochi metri da qui la Casupola (in precedenza appartenuta a Edwin Cerio) dove il suo papà, il professore Giuseppe Zannini, trascorreva le sue vacanze estive; e durante queste visita (in senso clinico) mezza Capri (spero non sia peloso aggiungere: gratuitamente) che arrivava in processione al piano terra della casa del professore, il quale – ed è testimonianza del legame ch’egli aveva con quest’isola – ha voluto addirittura riposare nel suo cimitero. Un cimitero al cui ingresso c’è una lapide con una frase che rammento in continuazione. È di San Vincenzo dei Paoli, il santo dell’attenzione verso i bisognosi: “la carità copre la moltitudine dei peccati”.
Mi soffermo sempre più spesso a pensarci, soprattutto di questi tempi in cui l’uomo sembra aver liquidato la possibilità stessa di trovarsi nel peccato e finanche soltanto in errore (e su questo il prof. Mazzarella potrebbe tenerci una conferenza, partendo proprio dai suoi più riflettuti pensatori, sul “Das Man” e sulla dimenticanza dell’Essere).
Ma io ho scritto semplicemente piccoli racconti, nulla che possa respirare l’aria rarefatta di simili questioni.
C’è però un’aspirazione, questo posso dirlo, ad accostarmici come autore, ai sentimenti di umanità, di comprensione, d’accoglienza e, naturalmente, del dubbio. E farlo, tramite l’immaginazione.
Ad essa stasera qualcuno ha fatto cenno.
L’immaginazione (altra cosa è la fantasia) è un ponte fenomenale tra intelligenza e sensibilità; e per un autore costituisce una sorta di biglietto di andata e ritorno tra sé e la sua scrittura. Nel senso di doverla infondere nei suoi racconti, ma poi anche di riceverla di nuovo da questi in una sorta di restituzione, che arricchisce (oltre che i lettori, quando la letteratura è buona) l’artista stesso, che viene così rinnovato dalla sua propria scrittura.
In altri termini: lo scrittore nutre i propri scritti dell’immaginazione quanto l’immaginazione in questi nutre lo scrittore medesimo.
Un esempio che ho vissuto in questi giorni può valere a meglio spiegarmi.
Mi trovavo a Napoli, a Capodimonte in un luogo particolare e suggestivo, ospite di un amico, un uomo speciale. E un po’ speciale era anche il motivo di quella visita: l’intenzione di replicare in quel posto una rappresentazione teatrale.
Me ne vado via carico di emozioni e a casa butto giù di getto una sorta di racconto. Per una parte descrivo quella realtà e in parte l’immagino: nell’immaginazione c’è un pollaio, con le galline che avevano appena fatto le uova di cui l’amico mi fa dono e un cane: tre zampe soltanto, che l’altra gliel’avevano in passato seviziata dei ragazzi crudeli.
Invio il racconto all’amico. Dopo un po’ mi chiama al telefono per dirmi: “il pollaio una volta c’era per davvero. Ma ho dovuto toglierlo, perché si rubavano galline e uova. E pure il cane c’era. È sepolto nel giardino. Aveva tre zampe”.
Ecco, questo è scrivere per me. Immaginare. E immaginare non è inventare una possibilità, ma svelare il possibile nella realtà.
