
Nel diritto, come nella vita, il conflitto è una cosa seria. Ed ancora più seria è la capacità di affrontarlo con equilibrio, ascoltando le ragioni contrapposte e tentandone un contemperamento. La legge, almeno nelle sue intenzioni migliori, non può essere cieca: sa che i diritti possono entrare in contrasto, e quando accade, deve cercare una composizione che salvi la dignità di tutti.
Ma – riflettendo sulla questione recentemente trattata con acutezza in un articolo di Daniela Missaglia su Repubblica – direi che c’è un caso, tutt’altro che marginale, in cui questo contemperamento sembra essersi arrestato, come se la bilancia avesse smesso di pesare. Il caso dei figli nati da madri che hanno scelto l’anonimato.
In Italia, infatti, una donna può partorire in ospedale e decidere di non essere nominata. Il neonato viene affidato a un percorso di adozione, mentre l’identità materna rimane sepolta sotto la garanzia dell’irrintracciabilità. Nessun nome, nessuna possibilità di accesso, nessun giudice che possa autorizzarne la rivelazione.
Eppure quel figlio, una volta venuto al mondo, è titolare di diritti, come ogni altro essere umano. Tra questi, non potrebbe che esserci il diritto all’identità personale: un diritto fragile ma potentissimo, che significa poter conoscere le proprie origini biologiche (anche e certo non ultimo a fini sanitari), dare un volto alla propria storia, capire chi si è e da dove si viene. Non un capriccio, ma una componente essenziale della dignità individuale. Lo dicono le Corti, lo afferma la giurisprudenza europea, lo intuisce ogni persona che abbia mai guardato nello specchio delle proprie domande fondamentali.
Perché, allora, questo diritto viene sospeso? Perché la volontà della madre — che certamente merita rispetto, tutela, empatia — prevale in modo assoluto, senza possibilità di bilanciamento con l’interesse del figlio?
La ragione, si dice, è legislativa. Quando la legge 194 vide la luce, nel 1978, una delle sue finalità indirette era quella di disincentivare pratiche drammatiche: l’aborto clandestino, l’infanticidio, l’abbandono incontrollato. Offrire alle donne una possibilità di partorire nell’anonimato era una forma di civiltà. E forse lo è ancora.
Ma una cosa è la protezione prima della nascita; altra è ciò che accade dopo. Il neonato, da oggetto di tutela, diventa soggetto giuridico. E a quel punto ci si dovrebbe chiedere: qual è oggi il contemperamento che il legislatore opera tra l’interesse del figlio e quello della madre? La risposta, la mia almeno, con tutta onestà, è: nessuno.
Nel caso del padre biologico, ad esempio, il contemperamento è stato fatto eccome — ma in senso inverso. Il padre non ha diritto all’anonimato. Può essere ricercato, riconosciuto, persino post mortem. E, spesso, lo è per motivi patrimoniali, non esistenziali: si cercano risarcimenti, reversibilità, quote ereditarie. Il legislatore non ha previsto per lui alcuna tutela dell’identità personale: l’interesse del figlio a conoscere prevale, punto. Come peraltro mi pare giusto.
Perché, allora, non avviene lo stesso con la madre? Perché lo stesso diritto, lo stesso figlio, non ha pari dignità? Nessuno pretende l’abolizione dell’anonimato come misura di tutela. Ma un contemperamento sì: un bilanciamento caso per caso, attraverso il filtro di un giudice, alla luce delle condizioni concrete, del tempo trascorso e d’ogni altra circostanza che il legislatore può ritenere opportuno introdurre e il Giudice essere chiamato ad applicare prudentemente.
Impossibile escludere, a priori e senza eccezioni, che il figlio ha un diritto da far valere, e non solo un muro da rispettare.
Siamo di fronte a una stortura. Un diritto fondamentale — quello all’identità — viene sospeso in nome di un altro diritto che è, in fondo, una clausola di riservatezza unilaterale. E ciò accade nel momento in cui il soggetto più debole, il figlio, è ormai nato, è nel mondo, è cittadino della Repubblica, e come tale dovrebbe essere riconosciuto.
Il diritto, se vuole essere giusto, non può fermarsi alle buone intenzioni del passato. Deve ascoltare la voce dei figli che chiedono non vendetta, non risarcimento, ma solo verità. Anche quando fa male. Anche quando, a qualcun altro, costa qualcosa.

La tua riflessione l’ho fatta anche a proposito dell’aborto: perché un padre non può chiedere e ottenere che il proprio figlio venga al mondo? Contrariamente a ciò che si dice, non credo che questa sia l’epoca in cui vige ancora il patriarcato, con un padre che eserciti il suo ruolo di introdurre al simbolico e far rispettare la Legge . L’osservazione che fai, cioè l’impossibilità di risalire alle proprie origini paterne segue questa corrente svalutativa di cui si verificano tutti i giorni i tragici risultati. Resta da chiedersi ( io non so dare una risposta ) cui prodest rintracciare le proprie origini considerando l’identità non solo un fatto genetico, ma un processo continuo di identificazioni con i tratti delle persone più importanti incontrate sul proprio cammino …
Grazie! Ti ho risposto su Fb. Il tema è davvero scottante e paga dazio a resti ideologici che andrebbero superati.