Discorso sulla servitù volontaria

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Un modo inclusivo per ricordare la festa della Liberazione di CORRADO AUGIAS (sulle orme di Étienne de la Boétie).

Ottant’anni di pace sono il tempo di tre generazioni. Gli italiani di oggi hanno poco a che vedere con quelli di ottant’anni fa: sono più alti, mangiano meglio, vestono meglio, fanno sport potrei dire che sono più belli. La memoria di quegli anni affonda, per molti di noi, in una serie di episodi drammatici e confusi nel quale parole come fascismo Resistenza Mussolini Salò nazisti SS, suonano remote e poco comprensibili. Sono successe tante di quelle cose in questi otto decenni. Eravamo monarchia e siamo repubblica, eravamo poveri e siamo meno poveri, eravamo a larga maggioranza cattolici e il Paese si è largamente secolarizzato, eravamo contadini e siamo diventati una potenza industriale poi postindustriale, eravamo largamente analfabeti e oggi lo siamo un po’ meno anche se l’analfabetismo funzionale (saper leggere ma senza capire il senso di ciò che si legge) è ancora troppo diffuso: abbiamo creduto fortemente nella democrazia finalmente conquistata, oggi ci crediamo un po’ meno.

Ecco un punto sul quale soffermarsi. Ero all’università e ho fatto lo scrutatore alle elezioni politiche del 1958. Era un seggio nell’agro pontino. Ho il ricordo netto dei contadini che venivano a votare emozionati, il viso cotto dal sole, indosso il vestito della festa. Il presidente del seggio era un magistrato, consapevole del suo ruolo. Affluenza 93,91 per cento oggi non arriva al 50. Ottant’anni di pace ci hanno dato un benessere che gli italiani non avevano mai conosciuto in questa misura, una ricchezza di vita culturale in linea con le più avanzate esperienze europee e mondiali, un cinema di straordinaria qualità con l’invenzione di un genere, la commedia all’italiana, che poteva nascere solo qui, come l’opera lirica, perché solo noi siamo capaci di annegare nelsarcasmo i nostri difetti. Ma ottant’anni di pace ci hanno anche abituato alla libertà fino a considerarla una condizione scontata, una qualità della vita e della convivenza senza tempo garantita per sempre. Non è così, se ci guardiamo in giro ci rendiamo conto che la libertà è fragile, effimera, si può perdere con facilità.

C’è un saggio famoso di Etienne de la Boétie, grande amico di Montaigne, morto a soli 33 anni, illuminante fin dal titolo:

La tesi di fondo è semplice: i tiranni hanno il potere solo perché i sudditi gli consentono di esercitarlo. Scrive: «I popoli vengono sedotti dalla servitù sol che ne sentano per dir così l’odore. È strabiliante osservare quanto prontamente vi cedano, per poco che li si alletti. Teatri, giochi, commedie, spettacoli, gladiatori, bestie feroci, medaglie, dipinti e consimili droghe, erano per i popoli antichi l’esca per la servitù, il prezzo della loro libertà, gli strumenti della tirannide […] In tal modo i popoli istupiditi, divertiti da un vano piacere che ne abbagliava la vista, s’abituavano a servire, peggio di come i bambini imparano a leggere guardando le immagini lucenti dei libri miniati».

Panem et circenses,

è sempre stato così, ancora di più lo è oggi quando alle numerose distrazioni che possono distogliere le masse dalle preoccupazioni più urgenti, si aggiungono le false notizie, i motivi di paura artificiosamente alimentati, falsi bersagli sui quali indirizzare la collera, o l’ammirazione, collettive. Le immagini lucenti di cui parlava de la Boétie sbucano ormai da tutte le parti. Quanti però sono in grado di vederle? Gli esseri umani sono dotati di una straordinaria capacità di adattamento. Ci adattiamo ai mutamenti che la vecchiaia impone al nostro corpo, ci adattiamo alle mutate condizioni climatiche del pianeta, ci adattiamo bene o male alle buone leggi e alle cattive leggi, lo facciamo con le strette della politica, le contorte vie che il dominio percorre.

Il grande sociologo Tzvetan Todorov che ha insegnato presso l’École des hautes études en sciences sociales e che ho avuto il piacere di conoscere, sosteneva che «uno degli insegnamenti del nostro recente passato è che non esiste rottura tra estremi e centro, bensì una serie di impercettibili transizioni. Se nel 1933 Hitler avesse proclamato ai tedeschi che dieci anni dopo avrebbe sterminato tutti gli ebrei d’Europa, non avrebbe mai vinto le elezioni, come invece accadde. Ogni concessione accettata da una popolazione assolutamente non estremista è di per sé insignificante: prese insieme portano all’orrore».

Ecco il pertugio attraverso il quale penetra l’inganno, chiamiamolo pure la gradualità. Un adattamento lento che avanza a passi quasi impercettibili. Tutti i dittatori hanno sempre usato questo metodo, nascondendo dietro la schiena il nodoso bastone del comando mentre simulavano obbedienza alle regole formali della democrazia.

C’è un altro modo di guardare allo stesso fenomeno, va sotto il nome di “Finestra di Overton” dal nome di un giovane sociologo americano, morto a 43 anni che in sostanza aveva dimostrato come idee inaccettabili possano, in certi tempi della vicenda umana, progressivamente diventare normali, naturali, legali. Secondo Overton ogni fase della storia è rappresentata da una finestra dalla quale si possono scorgere le proposte che appaiono razionali, praticabili. Fuori da quel passaggio esiste invece il mondo dell’inaccettabile. Per esempio la progressiva limitazione della libertà di stampa, la sottomissione del potere giudiziario a quello esecutivo, i limiti posti a qualche organo di sorveglianza dello Stato, l’estensione ai servizi segreti di campi d’indagine prima vietati. La finestra è mossa dallo spirito del tempo, lo sfondo che vi appare è che l’inimmaginabile diventa progressivamente non solo possibile ma inevitabile.

La pace è un bene immenso ma la pace da sola non basta a garantire la libertà, la pace può essere vissuta come una condizione di passivo, spensierato godimento, la libertà invece richiede partecipazione. Nel secondo congresso della Dc, a Napoli il 17 novembre 1947, Alcide De Gasperi pronunciò queste parole esemplari: «La democrazia non è solo uno statuto; la Repubblica non è solo una bandiera: è soprattutto una convinzione e un costume; costume di popolo. È necessario che ci persuadiamo che il regime democratico è veramente un regime molto duro, un regime che esige addestramento e vigilanza continui. Bisogna creare con lo sforzo quotidiano la democrazia nell’abitudine, nel Parlamento, nel governo, nei partiti e nelle associazioni. Ogni giorno è necessario riconquistare la democrazia, dentro di noi contro ogni senso di violenza, fuori di noi con l’esperienza della libertà».

De Gasperi era un cattolico conservatore però illuminato e poi era il 1947, il ricordo della guerra, della bestialità del fascismo morente era vivo, viva era la memoria della Resistenza e della Liberazione. A questo dovrebbe servire ricordare come facciamo oggi il 25 aprile.

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