
La notte scorsa mi sono svegliato improvvisamente, come se qualcuno mi avesse strattonato per un braccio.
Chi era stato?
Non era colpa del filetto di manzo, gustato la sera alle Logge del Vasari in Piazza grande: carne tenera e frollata, risultata molto digeribile.
Se non qualcuno, qualcosa però mi chiedeva di svegliarmi.
La lunga passeggiata del giorno prima, al mercatino di Arezzo, nel primo weekend del mese di aprile, quando la città vomita ovunque, con oggetti antichi, robe vecchie, l’occhio mi cade su una bancarella di libri, siccome immancabilmente in questi casi va a sguinzagliarsi peggio che se si trattasse di un Segugio in cerca di prede, e comincio a scrutare, un po’ ad annusare. Tra quei libri, in vendita al prezzo unico di un euro e cinquanta centesimi, c’è una bella marmellata di pensieri e di scritture, dal fumetto al romanzo.
Do uno sguardo fugace, sono stanco e desidero tornare in hotel, dopo aver camminato l’intera giornata per più di dodici chilometri e, tra l’Uomo Ragno e autori sconosciuti, spuntano “Il trono di legno” di Carlo Sgorlon e “Due di due” di Andrea De Carlo. Avverto le prime sensazioni di un malessere, che cresce a dismisura nel vedere il baronetto Oscar Wilde e il premio Nobel Heinrich Böll, anche loro, confusi con gli altri, su quelle tavolacce, offerti a prezzi miserrimi.
Due chicche: “Il fantasma di Canterville e altri racconti”, del primo, e “Le opinioni di un clown”, il libro che al secondo forse valse il premio di Stoccolma.
Sembrava che mi chiamassero, chiedendomi aiuto. Ma non li avevo ascoltati, lasciandoli lì sulla bancarella, ed ero tornato nella mia camera, per un po’ di riposo. Poi, la cena e altro mi avevano distratto. Ma la notte non fa sconti ai nostri sensi di colpa. E Oscar e Heinrich erano lì, in agguato.
“Mr. Di Salvo”, “Herr Kollege”, sembrava che mi dicessero.
“Addirittura, collega di un Nobel come Böll. E poi, Wilde, l’inarrivabile” pensai.
“Non può abbandonarci qui” dicevano i due all’unisono. “Non può lasciar passare questa profanazione. E poi, la nostra gloria personale…!”
La gloria. E che sarà questa gloria, mi chiedo, mentre mi tornano alla mente i versi di Gozzano nella “Signorina Felicita”, alla vista di cianfrusaglie in una soffitta:
“Oimè! la Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!”
Ma i colleghi (vabbè loro mi hanno chiamato così) incalzano. E poi, pensaunpo’, Heinrich, Enrico, proprio come mio fratello che è andato via appena un mese fa…
La notte mi porta via il sonno. E, seduto in mezzo al letto, mi dico che devo rimediare, sebbene abbia già le opere complete di entrambi i Maestri, poiché le acquistai nella bella collana Mondadori: edizioni eleganti, con rilegatura a filo refe e pagine in carta patinata. Mentre i due libretti che mi guardavano dalla bancarella, con una brossura economica e carta usomano piuttosto scadente, assomigliano a quei cani meticci, sgorbi della natura, che nessuno vuole.
“Come posso lasciarli lì? E se pure qualcuno li acquisterà, in quali mani finiranno?” tornavo a ripetermi nel buio.
“Usciamo, usciamo presto” mi dico appena fatto giorno, che l’aria è bella, pungentina. I passi mi portano verso Corso Italia, per via Guido Monaco. È quest’ultima la meta. È da lì che sento che arrivano ancora le voci”.
Giusto il tempo per un caffè e ho raggiunto la bancarella, che l’uomo sta appena ora scoprendo dal suo telone di plastica. Un tuffo al cuore, perché i due libri, al posto dove li avevo lasciati la sera precedente, non c’erano più. E mentre una vocina mi ripeteva “Che t’avevo detto, ieri dovevi salvarli”, rovisto, in un’ansia crescente. Ma spuntano. Spuntano entrambi, uno sopra all’altro, come se si fossero rannicchiati sotto le coperte di altri volumi, per ripararsi dal freddo e magari pure da mani villane.
“Eccovi! Eccovi, ancora qui!”.
Li agguanto, mentre con l’altra mano frugo nel borsellino le monete: tre euro.
Tre euro, è il prezzo per portarmi a casa, a vivere con me, due giganti della letteratura.
Li porgo all’uomo, che con un’inconsapevole onestà mi fa: “Solo due euro. Uno dei due è piccolino”.
Eseguita la consegna, lo saluto, ringraziandolo e mi congedo dicendogli: “In realtà, il piccolino è grandissimo. Anzi, proprio sconfinato”.
“Ho perso un buon business” deve pensare, sprofondato in un’espressione sconsolata, il rigattiere.
“Ho fatto un bell’acquisto” penso io, con lo stesso sentimento di chi ha appena adottato un cane, che sa gli porterà gioia in casa. Voi mi capirete.


Che bel racconto…anche io amato molto Boll …andava salvato
Grazie cara Lucia,
nel frugare, con apprensione, tra quei libri, al mattino, sperando di ritrovare ciò che avevo colpevolmente lasciato andare la sera prima, mi sentivo come al mercatino di Resina, dove si va (o s’andava, oggi non saprei) con la convinzione, o la speranza almeno,che qualcosa avrebbe meritato tutta quella ricerca e ne sarebbe stato il premio. Io, anzi, sapevo che c’era o c’era stato, temevo di averne compreso il valore dopo averlo trascurata e di averla perduta. Come per tante cose della vita…
Hai saputo cogliere l’essenza dell’amore per la letteratura in un episodio quotidiano, elevando un ritrovamento al mercatino a un prezioso promemoria del valore eterno dei libri, al di là della loro veste editoriale. Bravo Roberto!
Grazie Alessandra.
Ho da poco scoperto che in Giappone hanno coniato un nuovo termine per esprimere l’amore verso i libri: “szundoku”, che non è accumulo compulsivo e nemmeno bibliomania, ma proprio amore per i volumi che ci appartengono e rispetto ai quali nutriamo l’intenzione di leggerli prima o poi: parte di un museo personale di possibilità. Parlai proprio di questo alla presentazione del mio Secondi scritti minimi. Sergio, che era presente, potrà confermartelo.
Affascinante la scoperta dello “szundoku”! Un concetto che illumina splendidamente il nostro rapporto con i libri, ben oltre il semplice possesso. Immagino sia stato un spunto di riflessione molto apprezzato durante la presentazione del tuo “Secondi scritti minimi”.
Grazie per aver condiviso questa perla di saggezza linguistica.
Da non confondersi col Sudoku, però!