4 Jun 2025
Buonasera amici cari e tanti ringraziamenti per la vostra presenza, l’invito, l’ospitalità.
Dico subito una cosa.
Se non conoscessi Àlvaro Lukacs, non sapessi ciò che lui ha fatto nella vita, non lo avessi avuto amico per un tempo che si misura a decenni, non me lo trovassi qui di fronte e qualcuno invece mi avesse detto che “Un anno non c’è male” non è stato scritto da lui e che questo nome è lo pseudonimo, chessò, di Jung o Lacan, insomma grandi psicanalisti che si fossero messi a scrivere un romanzo in tema, io non avrei battuto ciglio, lo avrei trovato perfettamente credibile. Perché questo libro sontuoso è scritto, sì, da uno scrittore autentico e di razza, ma anche con tale profondità psicologica e direi proprio conoscenza psicoanalitica, che avrebbe potuto pensarlo e organizzarlo per l’appunto uno che determinati argomenti li tratta con competenza, per professione.
E dunque, se invece è stato scritto dal mio amico Alvaro, non oso immaginare ciò che ancora potrebbe combinare, quali sorprese riservarci.
Alvaro, l’uomo delle sorprese
Mi stupì quando seppi che pilotava elicotteri, portandosi a spasso, per i cieli di Roma, Giovanni Paolo II.
Mi ha stupito quando ho constatato che era un avvocato penalista non solo dotato di buon eloquio ma che scriveva anche. E magnificamente bene. Con finalità certo persuasive, (l’euristica l’esige) ma anche con strumenti di cultura umanistica ricercati e accattivanti.
Mi ha stupito quando, in qualche serata a casa sua, si rivelò costruttore di indovinelli, virtuoso di enigmistica, amante soprattutto dell’enigma che la parola porta in serbo con sé.
Mi ha stupito quando ha iniziato a scrivere romanzi. E romanzi belli proprio.
L’ultima volta – per ora – oggi mi stupisce, con questo libro. E con lo stupore, la domanda: ci sarà per lui una quarta nuova stagione del suo anno? In cui magari ce lo ritroveremo, nel suo studio, seduto sulla poltrona, la targa fuori alla porta: “Dott. Àlvaro Lukacs – Psicoterapeuta”.
Ma occupiamoci del libro, dopo questa digressione che però non è fine a sé stessa, poiché il nostro Autore mostra nel suo romanzo un uso maturo e disinvolto di tutti gli elementi a cui ho fatto prima cenno: la capacità di volare (sia pure qui con la fantasia), una scrittura colta e raffinata, la costruzione di trame utilizzando segni, simboli, enigmi psichici e figure archetipiche, che tessono una rete di tracce e propongono lo schema di una caccia al tesoro. E poi, come ho detto, la conoscenza dei processi psichici. Materiale, che fa di questo libro, a mio avviso, il romanzo migliore di Lukacs, e anche un’opera di valore assoluto, che gli auguro faccia tanta strada.
Io qui, in mezzo a letterati, è opportuno che non vada a pascolare abusivamente sul loro terreno. Sebbene mi dispiaccia, perché di questo romanzo, peraltro pieno di echi letterari, avrei voluto soffermarmi per le tante sfaccettature di stile a cominciare da un linguaggio che, recependo la lezione dei maestri del romanzo psicologico del Novecento, e occupandosi, per così dire, di ritratti d’interni, sa andare al ritmo che segue il flusso della coscienza.
Ma non è opportuno né vi è il tempo per farlo. E allora, per dirla con padre Dante, vi dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Lo schema generale del romanzo psicologico
Ve ne sono, eccome! Perché se “Un anno non c’è male” si presenta, in prima battuta, come un diario narrativo e personale, chi si fermasse alla sua superficie perderebbe il vero nucleo del testo, di cui protagonista (più nascosto) è l’inconscio. Quello di Lorenzo. Ma anche di Lorenza. E, in qualche modo dello stesso io narrante.
Il libro, sotto questo aspetto, nel fiume carsico che scorre in piena sotto la narrazione del diario è il racconto di un cammino iniziatico, verso il riconoscimento dell’alterità.
Il romanzo sotterraneo sta qui: nell’impossibilità di ridurre l’identità a unicum, e nella necessità – tutta junghiana (è Àlvaro ad evocare il Maestro, non io) – di integrare i poli opposti (ovvero, la cd. coniunctio oppositorum).
Si tratta peraltro d’una alterità che nel romanzo è a lungo rifiutata dal protagonista e che finalmente arriva a manifestarsi in lui, attraverso un apparente disturbo oftalmico: un sintomo fisico che – al tempo stesso – va interpretato anche come principio di guarigione: la diplopia, visione doppia. E la prima superba immagine che il libro ci consegna, è quella di una doppia Luna (simbolo per eccellenza del mondo femminile). La psiche di Lorenzo gli offre un diverso sguardo sul mondo. Finché l’altro era solo riflesso del sé, la visione è unica, è allineata. Ma a un certo punto comincia a sdoppiarsi, perché appare come presenza autonoma, fino ad allora ignorata a causa di una problematica nevrotica.
Lorenzo, infatti, è un narcisista. A inizio racconto, lo conosciamo mentre occulta questa condizione, dissimulata in una sua vanità confessata, di cui parla, con autogiustificazione, come se si trattasse di un vizio-vezzo, si potrebbe dire: un vizio di charme. Della sua vanità scrive: “è la più fragile tra le virtù ed il più tollerabile dei difetti”. Una frase elegante, persino seducente, che sembra esprimere controllo sulle proprie debolezze. Ma questo è già indizio, perché il narcisismo spesso si traveste da autoironia. Si mette in scena una debolezza ammessa, proprio per sottrarsi alla critica più radicale. Il narcisista raffinato, in fondo, è quello che riesce a disinnescare il giudizio dell’altro.
Il narcisismo, tuttavia, è cosa diversa dalla vanità, e in Lorenzo esso è profondo e radicato. Lui nega e la voce narrante, all’opposto, glielo pone davanti, attraverso una molteplicità di simboli (ne diremo).
Lorenzo narcisista, ovvero colui che vedeva solo sé stesso, inizierà a vedere fuori da sé, nel mondo esteriore e gli altri non saranno più funzioni, non verranno sempre da lui utilizzati come strumenti per i suoi fini, ma recupereranno autonomia; esisteranno, cioè, per sé stessi.
A questa visione esterna, corrisponde evidentemente una realtà interna, psichica, poiché in Lorenzo convivono (come accade in ciascuno di noi) e in lui confliggono nell’inconscio – tra l’altro – due polarità interiori: il maschile che vuole dominare, e il femminile che vuole ottenere riconoscimento. È confronto serrato, a tu per tu, tra Lorenzo e il mondo femminile, anche nella vita reale. Attorno a lui, infatti, un gineceo: ad eccezione di qualche comparsata, solo personaggi donna.
E d’altronde, si potrebbe dire attingendo alla lezione di Lacan, il quale nel romanzo è chiaramente presente sebbene non espressamente menzionato (come invece lo è Jung), che la personalità di Lorenzo è del tipo nevrotico-isterico, che si ripropone l’eterna (inconscia) domanda: “Sono uomo o donna?”
Attenzione, che non vorrei essere frainteso: niente a che vedere con le questioni identitarie di genere, perché qui stiamo parlando di psiche e il tema dell’Anima (nell’uomo, come specularmente dell’Animus nella donna) va inteso per l’appunto in senso junghiano: l’archetipo femminile presente nell’inconscio maschile, la figura che l’uomo proietta inconsciamente sulle donne e sui suoi (di lui) sentimenti.
Nel caso di Lorenzo, ciò l’induce a strumentalizzare le donne, a non vederle. Lorenzo non ama Laura, la tollera. Le amanti della storia sono corpi, e dunque sono funzioni. Ma per fortuna, per sua fortuna, poi irrompe sulla scena Ornella (il suo nome che è quasi anagramma di Lorenzo, a parte il cambio di desinenza finale e uno scarto di consonante); e con lei qualcosa si spezza (è la frattura del narcisismo): lei non si lascia possedere. È presenza, non oggetto.
Vedete, il narcisismo qui non è solo tema, ma la struttura stessa del romanzo.
Prescindo (anche perché non sono uno psicologo) dal domandarmi la causa di esso (ritengo la troverete nel Cap. VI su Agostina). Conta piuttosto ribadire che sarà Ornella ad attivare il cammino per il riconoscimento dell’alterità, il quale – corrispondentemente con le esperienze reali – si sviluppa lungo alcuni momenti topici su cui non ho tempo per soffermarmi, e che vanno tra gli altri dalla rilevanza della figura di Ornella stessa come anima selvatica (diversa da quella stabile, domestica, materica, di Laura), ai vari nudi, diversamente significanti, all’incontro delle due anime femminili (avvenuto fisicamente all’insaputa di Lorenzo e appunto psichicamente nel suo inconscio), e, tutt’altro che da ultimo e stavolta all’infuori dello schema dell’individuazione del Sé sul piano psicanalitico, fino al momento della spiritualità. Perché questo scrittore evidentemente non s’appaga di un meccanismo squisitamente di ristrutturazione psichica che forse non ritiene possibile da solo, senza per l’appunto l’intervento “dall’alto” dell’etica, in una visione religiosa, spirituale, rappresentata dalla presenza di don Andrea nella storia.
La tecnica per la “narrazione del sottosuolo”: Segni, simboli, figure archetipiche
Tutte queste cose – e altre ancora – non vengono presentate in maniera palese, frontalmente, invece vengono sfiorate, solo accennate. E il racconto non ne viene mai appesantito, scorrendo invece leggero, come se si stesse trattando di argomenti futili. Ma le tracce vi sono e, volendo, il lettore attento saprà individuarle.
L’ho dichiarato in principio: questo è il romanzo costruito da un enigmista, con una costellazione di riferimenti (segni, simboli, figure) che rimandano, espressamente al mito, anche classico, alla scultura neoclassica e al linguaggio poetico, lirico e a quello musicale.
Il materiale è ricchissimo, consente però di essere scoperto un po’ per volta e secondo il palato di chi l’assapora.
Impossibile che mi soffermi sull’infinità di spunti che il testo offre al riguardo e che meriterebbero ciascuno un serio approfondimento, tanto essi si presentano con una intensità e una potenza evocativa da farne ciascuno oggetto di trattazione a parte.
Mi soffermo soltanto su due tracce.
Miss Miller e l’Animus mancato
La figura di Miss Miller, appena menzionata nel testo (in scarse due righe), come la paziente in cura da Jung senza che questi l’avesse mai incontrata. In effetti, a parte il fatto che – come Jung ebbe a riconoscere, la donna è solo parto della psiche di questo – il personaggio è stato sempre ritenuto di grandissima importanza psicoanalitica. Una donna che sprofonda nella psicosi per non essere riuscita a incontrare il proprio Animus (l’eroe azteco Chiwantopel nel sogno della paziente verrà infatti ucciso dal serpente) e quindi a conoscere ed accettare la propria parte maschile.
Il romanzo traccia un paragone implicito: se Miss Miller fallisce il proprio percorso di individuazione, Lorenzo invece – pur tra mille errori – trova la possibilità di confrontarsi con la propria Anima, attraverso Ornella. Sebbene quest’ultima, come l’azteco, muore, tuttavia qui vi sono due diversi elementi che portano nella direzione opposta e alla soluzione positiva (per lo meno a incamminarsi verso di essa): il fatto che a differenza di Miss Miller per la quale la morte dell’Animus è solo onirica per Lorenzo quella di Ornella è vissuta nel reale. E, in secondo luogo, per lui avviene – in modo salvifico – nell’incontro tra Ornella e Laura. È in questo incontro che si manifesta l’integrazione finale del doppio, la riconciliazione dentro di lui.
L’incontro con Ornella (capp. V e VII)
Dove: sotto i platani, in via Partenope, a due passi da qui.
L’incontro con Ornella avviene sotto i platani. È un dettaglio carico di simbolismo: il platano (dal greco platanos che significa foglia larga) è pianta sacra, albero della soglia dell’inconscio. Menelao ne piantò uno prima di partire per la guerra di Troia, a riprendersi la sua Elena. E ha il valore della memoria, l’intenzione di lasciare qualcosa di sé.
È un gesto rituale, di separazione e passaggio. Come Lorenzo, che sotto quel platano incontra Ornella e, con lei, sé stesso.
Come: Lorenzo va incontro a Ornella che lo “attiva”. Lui sa che l’andare verso di lei non è casuale, come vorrebbe far credere a Ornella (dunque, in definitiva, a sé stesso).
Ornella le appare subito come la seconda delle Grazie del Canova (il Gruppo marmoreo ch’è anch’esso un doppio, essendovene due versioni).
Una persona normale, anche di discreta cultura, ricorrerebbe al massimo alla similitudine con “una delle grazie”. L’Autore, no. Non Aglaia, che personifica la bellezza, né Talia, la prosperità e dunque il piacere sessuale. Ornella è identificata con Eufrosine, la Grazia della gioia.
Nel gruppo delle Tre Grazie vi è il nudo. Totale, ma non erotico, delicato ma non casto, esibito ma non ostentato. È un nudo velato solo da un drappo leggerissimo, che unisce le figure e ne segna la continuità simbolica.
Credo che si possa dire che esse si presentano come archetipo dell’anima esposta. Nude perché non hanno nulla da nascondere.
C’è poi il dettaglio iconografico: Eufrosine è l’unica delle tre a guardare davanti e offre dunque un rispecchiamento frontale, quasi chiamando chi guarda a specchiarsi in lei. Nessuna ricerca di seduzione, ma offerta di presenza. È una figura che non può essere posseduta: si offre come visione, non come oggetto.
Poi alla scogliera (davanti al mare: altro potente simbolo)
Ornella che si denuda completamente (finanche del braccialetto col nome e il gruppo sanguigno, e dunque lasciando ogni identità formale) compie il gesto più vicino al nudo mitico delle Grazie. E il suo corpo non può essere sezionato, è tutto, armonico, intoccabile.
Ornella come Eufrosine non distoglie lo sguardo, non lo abbassa nemmeno. Non cerca seduzione e così disarma Lorenzo, che fino a quel momento aveva conosciuto solo corpi femminili da possedere. Ancora salirà in lui la pulsione di “uomo allupato” (il lupo, appunto, in lui). Ma si trattiene e recede. Accadrà simbolicamente pure con quella che sarà l’ultima fugace relazione con una donna-corpo e, dopo quest’ultimo rapporto, si ricorderà a lungo di lei, proprio perché in lui il narcisismo s’è fratturato).
Conclusione
Alla fine del suo cammino, Lorenzo cosa trova? Avrà raggiunto la sua meta? Il superamento del suo narcisismo diventerà virtuoso anche nella sua relazione con Laura? E quest’ultima, a sua volta, cosa avrà tratto dall’incontro con Ornella, apparsa nella vita di Lorenzo – seppur sudata e in leggins – come la gioia? Lei riuscirà ad arricchirsi dei contenuti dell’altra, ovvero di chi, nella storia reale, appare come rivale e, nel profondo, come coinquilina abitante nell’inconscio di Lorenzo?
Acquistate il libro (noi in fondo stiamo qui per convincervi a farlo), che di “non c’è male” ha soltanto il titolo mentre per il resto è bellissimo, leggetelo e fatevi la vostra idea, che Alvaro di sicuro non vi avrà forzato, ma piuttosto stimolato.
Per me, il messaggio che resta del romanzo è questo: “vedere per diventare”!
GRAZIE!

Sarà per me molto stimolante leggere il romanzo alla luce di questo magnifico intervento, caro Roberto. Le tue parole non fanno che accrescere la mia profonda ammirazione per l’amico Alvaro Lukacs.