Accogliere, per la seconda volta, l’invito a presentare la mia raccolta di racconti “Acqua e zammù”, spostarsi dal suo pensatoio e venire, dopo Napoli, a Terzigno, nonostante le sue difficoltà fisiche, è una bella prova di amicizia che Salvatore Prisco mi ha donato.
Né, sinceramente, è cosa su cui non avrei fatto affidamento, poiché, come lui ha dichiarato in quest’occasione, schernendosi di essere presente: “non mi giustifica l’amicizia con Roberto – non dirò da quanti anni, perché sennò me ven’a tristezza”. Sì, sono circa cinquant’anni, ben impiegati nell’amicizia, nella stima reciproca e nell’affetto.
Gliene sono grato e cresce, con la sua grande dignità, il mio apprezzamento per lui. Basterebbe anche il solo incipit nella serata, da autentico gentleman.
Ecco, di seguito, uno stralcio delle parti salienti della sua presentazione.
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(nella foto, con Àlvaro Lukacs e Francesco Gravetti)
(Si alza) Poi vi chiedo licenza di sedermi, però almeno i saluti volevo porgerli in piedi (applausi).
Colpa mia, colpa mia, se mi si è detto Terzigno e io ho pensato al vino (risate) e invece c’è una bella intellettualità; e ritrovo il professore D’Apuzzo con la signora, che mi ricordano che sono stato a casa loro … la mia cara collega Barbara Guastaferro che è una vostra concittadina … ritrovo Cristina Falciano che mi ero pure scordato che fosse di Terzigno e quindi, siccome so quanto costa fare cultura in piccoli paesi che sono ancora sotto il tallone di poteri criminali – non Terzigno in modo particolare, ma tutta la nostra area, compresa Torre Annunziata, io vengo da lì – e so quanto è importante la cultura per liberarsi di questi pesi, devo fare i miei complimenti.
Io ho evitato, adducendo miei problemi deambulatori la visita al museo; ma l’ho fatto fondamentalmente perché temevo che una volta entrato nel museo archeologico qualcuno mi avrebbe trattenuto (risate e applausi). E adesso vi chiedo licenza di proseguire seduto…
Allora, io dissi alla presentazione napoletana e qui devo ripetere (ma non dirò tutte le cose che ho detto, innanzitutto perché non me le ricordo ma perché mi sembra giusto che ogni replica veda l’attore metterci qualcosa in più, perché sennò la recita viene male…) E allora, io però dissi alla presentazione napoletana che non mi giustifica l’amicizia con Roberto – non dirò da quanti anni, perché sennò me ven’a tristezza, eh – ma non mi giustifica l’amicizia con Roberto per essere relatore stasera. Debbo dire perciò il motivo, perché io non sono uno scrittore e non sono un critico letterario, però negli ultimi tempi della mia milizia di professore universitario io diedi di vita all’insegnamento di Diritto e Letteratura alla Federico II, dove insegnavo. … Organizzavo incontri con gli scrittori, oppure paralleli tra diritto e letteratura, e ce ne sono tanti: pensate ad esempio ai Promessi Sposi e al diritto: come la pulsione d’ordine del diritto, che poi è la pulsione d’ordine delle favole, perché le favole le raccontiamo ai bambini dicendo alla fine “e vissero tutti felici e contenti”, perché se no non si addormentano. Noi ci siamo addormentati felici e contenti. Quindi bisogna raccontare le avventure, ma poi alla fine deve finire bene.
Allora, la pulsione d’ordine in certi libri … e tutti conosciamo I Promessi Sposi: però alla fine Don Rodrigo muore, l’Innominato si è convertito, padre Cristoforo l’aveva fatta la cattiveria però si è convertito pure lui e Renzo e Lucia si sposano, provvidenzialmente perché tutto è provvidenza ma insomma Manzoni finisce qua e lo dice pure perché tutto il resto non è interessante come le cose che avete letto. Quindi c’è in certe cose della letteratura la stessa pulsione d’ordine, a far finire le cose in ordine. ….
Pensate, e poi finisco su questo, pensate il processo penale quanto è teatrale. Pensate all’Orestea e alle Erinni che diventano Eumenidi, Atena che istituisce il tribunale dell’Areopago; insomma voglio dire eh la nascita quindi di un embrione di procedura penale e su questo ci sarebbero tante cose da dire e non le dico. Ed è per questa ragione per questo tipo di sensibilità che credo di essere stato invitato anche perché in realtà lui sa che io avrei parlato bene del libro: se ne avessi parlato male a Napoli non mi avrebbe invitato più (risate) …
Detto questo, io devo ancora fare un omaggio, prima di parlare dell’autore; e l’omaggio è a questo oggetto (mostrando il libro) perché è bello, perché è stampato con cura dalle Arti grafiche Licenziato che nell’ultima pagina raccontano (quindi non 26, ma i racconti nel libro sono 27) la storia di questa stamperia meridionale. Noi abbiamo una grande tradizione: le arti grafiche Boccia, Rubettino che poi è diventato un editore, Fraccovio a Palermo, eccetera; però nel meridione fare impresa è difficile, ma fare impresa editoriale è proprio da pazzi: quindi grazie all’editore i miei complimenti, ché bisogna riconoscere merito al merito.
E adesso parlo, non troppo, ma del libro di Roberto: brevi racconti di quelli – che io c’ho l’età per poterlo dire – una volta andavano nella terza pagina dei giornali. Adesso la terza pagina è dedicata a cose diverse e manco l’edicola è facile trovare più eh ecco i giornali si scrivono online …
Aggiungo che Roberto è uno scacchista e si vede perché ogni tanto c’è la mossa del cavallo, c’è l’imprevedibile su questa scacchiera letteraria e soprattutto – questo volevo dire – solo quelle che si chiamano “moralità”, nella letteratura francese, sono riflessioni di costume – mores. Roberto è un grande moralista; ma non nel senso di essere uno che chiede l’aderenza ad un canone … senza giudizi ma con una grande profondità umana e anche un grande rigore formale, perché lui, io sono convinto, è uno – e questo ci avvicina – è uno per ci perde le ore a vedere se in tre righi c’è una parola uguale allora mette il sinonimo eccetera. Lui che è il figlio di una professoressa quindi è stato educato come mia moglie figlio di una maestra elementare di una volta e guardate queste cose si portano nel tempo; io sono un nipote di uno scrittore non per dirvi insomma queste cose io noto subito se c’è qualcosa di stonato proprio formalmente in una pagina ma voi qualcosa di stonato in Roberto non lo trovate.
Grandi moralità senza dovere dare giudizi ma grande aderenza, la troverete nel libro, all’umanità, allo scavo dell’umanità. Io credo che in questo senso lui – adesso la sparo un po’ grossa – forse in un’altra vita sarebbe stato un filosofo morale. Comunque, è un signore che ci dà la sua riflessione sui costumi contemporanei. Prende posizione anche politiche ideali, ma devo dire con un minimo di distacco con molta ironia si avverte a volte di indignazione, ma è un’indignazione (spero non sia un’offesa) del buon borghese e a cui certe cose non vanno bene. Storie della borghesia, quando la borghesia aveva un senso e non era uno sbracato ceto medio, come quello di oggi. …
Finisco, per stare nei tempi. Io non vi dico dei racconti perché il libro ve lo dovete comprare. Magari, stando qui con l’autore, ve lo fate autografare. Ma ce n’è uno che mi ha colpito e mi ha colpito che sia l’ultimo racconto, perché significa che questo libro non ci vuole lasciare pacificati. Io quando facevo lezione dicevo a conclusione dei corsi ai miei studenti: grazie per essere stati con me adesso andate vi auguro fortuna lavoro nella vita e vi auguro tanta inquietudine, non ve n’avite i’ tranquilli perché altrimenti il mio insegnamento non avrebbe avuto un significato. E quindi il libro ci lascia con una inquietudine, il ritorno del gabbiano Jonahtan Livingston che torna nel posto dove stava, guarda Napoli che se ne cade di munnezza; i gabbiani, i fratelli gabbiani, quelli rimasti a Napoli – lui se n’era andato via e torna – … si nutrono non di pesci che guizzano ma si nutrono di immondizia e mi fa piacere di ricordarlo qui, perché io ho seguito qui a Terzigno la battaglia contro le discariche gli inceneritori, lo so, le ho seguite dai giornali dalla stampa queste cose vanno ricordate anche a Terzigno. E il gabbiano fa queste sconsolate osservazioni e poi dice – perdonatemi di leggere le utilime righe – che ci vorrebbe il grande gabbiano, il ritorno del grande gabbiano. Lui Roberto lo scrive grande gabbiano con due lettere maiuscole “È il grande gabbiano, penso. Finalmente! C’è bisogno di Lui, che torni ad indicarci una nuova strada. Chissà per dove? La luce mi acceca. Sbando, rischio lo stallo, di entrare in vite, riesco a riprendere quota, a malapena evito una specie di gru metallica e m’allontano dal fascio di luce. Ora vedo chiaramente e sento, sento anche una musica (la musica del Plebiscito: ndr). Ma quale Grande Gabbiano?! C’è il concerto di un cantante di grido! E i fratelli sono pronti, tutti schierati sui cornicioni del palazzo dei Borbone. Andrà via il pubblico e lascerà per terra i resti del suo passaggio. Un altro bivacco, da parte vostra. Un’altra predazione dei miei simili.”
Siccome un libro è bello se non ci lascia in pace come vi ho detto, se non lo chiudiamo dicendo ah meno male è finito adesso faccio altro: invece, ecco, e lo posso dire perché capisco che siete un pubblico di persone di grande cultura, Umberto Eco in Lector in fabula ci diceva che un libro lo scrive l’autore ma lo continua il lettore poi c’è la grande disputa se il lettore lo continua andando a scoprire l’intenzione dell’autore o ci mette anche del suo ……
Voglio dire, per finire, che le mie riflessioni continuavano a chiusura di libro. Nel 1976 il filosofo Martin Heiddeger, il più grande filosofo europeo del 900 qualcuno ha detto molti hanno detto anche controverso avendo anche avuto compromissione col nazismo, però era un grande filosofo eh, muore settantenne. E Der Spiegel pubblica a distanza di una settimana dalla sua morte, una intervista di dieci anni prima e la titola con un’espressione che Heidegger aveva usato nell’intervista “ormai solo un Dio ci può salvare”. Ecco, me ne sono ricordato leggendo il Grande Gabbiano: chissà dove ci può portare il Grande Gabbiano. Un autore che ha scritto il suo piccolo pensiero che poi è un grande pensiero, però concentrato in poche pagine a Napoli, ci lascia l’inquietudine (Heidegger era uno che ce l’aveva con la tecnica pensava che la tecnica ci avesse espropriato dell’essenza dell’umano ed è molto prima di Internet prima dell’intelligenza artificiale che sale cosa ha avuto da dire). Stiamo tutti qua, ad aspettare ognuno il suo proprio Grande Gabbiano. E devo ringraziare Roberto, per avere alimentato la nostra inquietudine. (lunghi applausi)
(Terzigno, al Museo Archeologico Territoriale, il 20.11.25)
