Rinasce l’Accademia napoletana degli scacchi!

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L’altro ieri ha aperto i suoi battenti l’ACCADEMIA NAPOLETANA DEGLI SCACCHI: nuove forme, nuovo locale, nuovi protagonisti, s’intende, rispetto ai tempi in cui essa nacque negli anni Cinquanta e per oltre trent’anni operò presso il Circolo Artistico Politecnico.
Fosse stato Gabriele d’Annunzio, molto probabilmente quella risorta ieri l’altro lui l’avrebbe chiamata la Rinascente. Provandomi ad emulare il Vate, questa io la chiamerei la “Riformante”: eh già, perché un’Accademia non è come un semplice Circolo e non può limitarsi a finalità ricreative o agonistiche, ma deve anche per l’appunto formare la nuove generazioni. Dal punto di vista scacchistico intendo, certo. Ma allenare al pensiero individuale è esercizio che trascende i limiti d’ogni settore. E fa tanto bene. Inoltre, credo che oggi ne abbiamo particolarmente bisogno.
Segue un mio articolo benaugurante, un fiocco rosa, anzi bianco e nero, per la neonata.
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L’Accademia napoletana degli scacchi
Era una Napoli con tutte le ammaccature della Seconda Guerra mondiale ed ancora ben lontana dal boom economico, quella che nei primi anni Cinquanta portava con sé le profonde disparità tra Nord e Sud, la povertà, la disoccupazione e le precarie condizioni di vita. Non c’erano molte isole felici e le classi più abbienti forse proprio allora davano avvio a una chiusura dalla quale, almeno sul piano imprenditoriale, la città ancora oggi non è del tutto uscita.
Emigrazione e criminalità si manifestavano in maniera imponente e la risposta che prevaleva era tuttora il populismo laurino, in salsa monarchica e democristiana, mentre le sinistre socialiste e comuniste stentavano lì più che altrove a far sentire la propria voce.
Eppure, della Napoli di allora non poteva certo dirsi che mancassero gli interpreti del rinnovamento culturale e la città si presentava come il crocevia di tradizione e modernità. È in quegli anni che nasce il neorealismo, si affermano l’astro di Totò e del teatro di Eduardo, la canzone napoletana fonda il suo festival, Giuseppe Marotta Anna Maria Ortese e Curzio Malaparte come nessun altro riescono a mostrare i contrasti tra sogno e miseria; il teatro dell’arte popolare e la tradizione presepiale di San Gregorio Armeno si rinvigoriscono; la cultura e la tradizione religiosa popolare trovano un forte senso di comunità.
E non è affatto avulsa da tutto questo l’iniziativa di due giovani amici, poco più che ventenni, Giorgio Porreca e Dario Cecaro, napoletani dediti all’arte affidata alla protezione dalla dea Caissa ovvero gli scacchi, di fondare in città qualcosa che non fosse semplicemente un circolo, per il ritrovo degli appassionati, ma proprio un’Accademia, funzionale al loro progetto di fare proseliti e diffondere l’insegnamento di un gioco complesso quanto accessibile, misterioso ma che nel contempo apriva la porta a chiunque disponesse di una scacchiera e di quei trentadue pezzetti di legno, capaci d’ingaggiare qualunque battaglia, anche la più cruenta, ché come qualcuno ha detto “ci sono più avventure su di una scacchiera che su tutti i mari del mondo”: un gioco proletario, col quale se non fare una rivoluzione, almeno disputare le proprie guerre private.
​I sovietici, all’epoca indiscussi dominatori del gioco nel mondo, con quel loro spirito per cui era nato il detto “un russo è un anarchico; due russi sono una partita di scacchi, tre russi una rivoluzione”, Giorgio Porreca li conosceva bene. Si era appena laureato, all’Orientale, in lingua e letteratura russa e, allo stesso tempo, aveva avviato la sua carriera di giocatore e di studioso scacchista, presto divenendo maestro di scacchi, poi di lì a poco maestro internazionale: in quegli anni, per molti anni, unico napoletano, oltre a chi partenopeo lo era un po’ d’adozione come Francesco Scafarelli, a raggiungere questo livello di forza di gioco in Italia.
Dario Cecaro, con un altro percorso professionale e di vita, condivideva a Napoli insieme al primo la passione per il gioco degli scacchi e con altri, come Forquet Belladonna e Chiaradia, quella per il bridge: un connubio che in lui conviverà a lungo, nella pratica come nella diffusione del gioco.
Molto diversi nello stile di gioco oltre che nel carattere, ma amici sinceri, fondano l’Accademia napoletana degli scacchi nel 1953 mentre in Italia l’associazionismo scacchistico è già rappresentato a Milano dall’antica Società scacchistica milanese, a Roma dall’Accademia scacchistica romana, a Firenze dal Circolo scacchistico fiorentino, per citarne soltanto qualcuno.
Così parte la loro avventura, che presto verrà ospitata nei prestigiosi locali del Circolo Artistico Politecnico, in piazza Trieste e Trento, al secondo piano, al termine finale di grandi saloni che si snodavano uno nell’altro, in due ambienti zeppi di scacchiere, preceduti da un’ampia sala di lettura, unico punto di confluenza tra ospiti molto diversi, a partire dal look: dress code borghese, con cravatta di rigore gli ospiti del Politecnico, giovani scamiciati molti degli scacchisti.
Nel corso degli anni, le iniziative operose dei due amici s’indirizzeranno in solchi diversi ed entrambi proficui, poiché Porreca diverrà sempre più autorevole ed instancabile teorico, traducendo i libri dei grandi maestri sovietici e scrivendone di propri, come il fondamentale contributo costituito dal Manuale teorico e pratico delle aperture, essendo inoltre redattore della rivista Italia Scacchistica e poi, quando nel 70 anche il Sud ottenne ad opera del sammaritano Gennaro Siviero il suo periodico specializzato Scacco!, anche di questo, di cui successivamente assumerà la direzione. Mentre, Dario Cecaro si rivelerà sin dall’inizio e sempre più nel tempo un formidabile organizzatore del gioco, con i tornei sociali e quelli nazionali e finanche internazionali, capace soprattutto di attrarre i giovani, motivandoli e appassionandoli. Così, per quest’ultimo e per lunghi anni l’Accademia napoletana divenne la seconda casa (lui, come Porreca, era tra i pochi scacchisti ad essere anche socio del Circolo Politecnico) e la sua presenza fu quotidiana, costante come la disponibilità a giocare ed insegnare sempre a tutti, fossero anche soltanto neofiti o avessero già dimostrato la loro irrimediabile incapacità nel gioco.
Presidente dell’Accademia nei primi anni sarà Lucio Del Vecchio, avvocato di pochi anni più avanti dei due amici nella carriera scacchistica, essendo divenuto maestro FSI già nel 1941. E a lui, anni dopo, succederà l’ingegnere Bruno Milanesi, che aveva appena lasciato la poltrona di Sindaco a Maurizio Valenzi,il quale appunto a Milanesi, oltre che a Cecaro, ebbe ad affidare scacchisticamente suo figlio Marco, la cui lunga presenza in Accademia fu amata ed è oggi ricordata con rimpianto nell’ambiente.
Di quell’epoca, chi scrive non ha conoscenza personale, tuttavia sono tramandati i successi che, anche nei tornei a squadre, l’Accademia partenopea riuscì a conseguire, forte altresì dell’apporto, insieme a Porreca Cecaro e dello stesso Milanesi, anche dei maestri Bruno Trezza e Federico D’Ippolito, che presto tuttavia lasciarono l’impegno assiduo nel gioco, per dedicarsi, e con molto successo, alle loro professioni, il primo di economista e il secondo di storico del diritto.
Ma il periodo probabilmente più intenso, per numero d’iscritti e febbrili attività agonistiche, l’Accademia lo conobbe a partire dalla mitica sfida di Reikiavik del 1972, tra Fisher e Spassky, per il titolo di campione del mondo, che aveva acceso molta curiosità per il gioco e attirato tanti giovani in Italia e nel mondo e che erano accorsi anche a Napoli, all’Accademia che ancora era, allora, l’unico circolo scacchistico cittadino.
A giocatori come Geppino Crispino, Corrado Ficco, Guglielmo Fumo, Attilio Sacripanti, che fino ad allora dovevano vedersela tra di loro, in un manipolo ancora sparuto di giocatori, oltre a quello dei seniores, che praticavano il gioco come semplice passatempo (i vari Bruschini, Di Lorenzo con il suo inseparabile sigaro, i giudici De Biase e Gianni De Leo, il dott. Litterio Rota, il prof. Rava, lo scienziato Beth Kurt, Luigi Amalfi che peraltro diverrà arbitro internazionale, e qualche altro) andavano ad aggiungersi, proprio in quegli anni tanti altri giovani, a rinfoltire le fila: Paolo Soprano e Pietro Pastore (come non nominarli insieme?!), Claudio e Lucio Gatto, Umberto Sodano, Biagio Bascetta, Giuseppe Ferrigno, Gianni Cosenza, Giuseppe Longobardi, il sottoscritto e molti, molti altri ancora.
Il tempo era maturo, ormai, perché l’Accademia diventasse una fucina di giocatori che andavano oltre le categorie sociali o anche nazionali, per diventare candidati maestri e maestri e andare a confrontarsi con quelli di scuole di maggiore tradizione, in Italia, nonché con giocatori internazionali, a partire dai temutissimi slavi, predatori di premi dei tornei italiani, sempre pronti ad attraversare l’Adriatico, per vincere competizioni e vendere libri che altrimenti nell’ambito cittadino e un po’ in tutta la penisola sarebbe stato molto difficile reperire. E, quasi d’un tratto, i frutti di questi tempi, d’improvviso, con i nomi di quelli citati, frattanto cresciuti nelle loro capacità (Fumo, Ficco, Sodano in quell’epoca diventeranno maestri), a cui andarono ad aggiungersi, un gradino su tutti, i fratelli Giacomo e Giovanni Vallifuoco e Ernesto Iannaccone, che presto crebbero nelle classifiche e nel punteggio Elo Fide. Da allora, e per quanto la stagione del glorioso e inveterato Circolo di Piazza Trieste e Trento sia andata a conclusione, lo scacchismo napoletano, certo grazie anche ai semi allora piantati da Porreca e Cecaro, è stato in costante progressiva ascesa, fino ai giorni d’oggi, in cui non solamente per gli uomini, ma anche per le donne ha raggiunto traguardi elevatissimi. L’elenco sarebbe lunghissimo e si farebbe torto a tanti, sicché ci si può limitare solo a chi diede la stura di quella successiva generazione, come Andrej Longo, Fabio Saccone, Luca Esposito.
Grazie, dunque, all’Accademia napoletana degli scacchi e grazie a Giorgio Porreca e a Dario Cecaro. Come in un film, rivisitando con la memoria quelle sale animate da tanti giocatori, uomini d’ogni tipo e d’ogni età, tornano a farsi vive immagini del passato, partite, analisi, discussioni sulle posizioni o sulle mosse da fare, e gioco, tanto gioco, di scacchi regolari e, per passatempo, scacchi eterodossi, giocati a quadriglia, o il vinciperdi, o altri ancora, oppure soltanto vedere giocare gli altri, seguirne la partita, pronti alla fine di questa, a dire la propria, a rilevare l’errore di qualche mossa, presunto o reale che fosse; e sfumano nella memoria, non tutto trattiene la mente, del tanto che si giocava e del non meno che si scherzava, allegramente, durante qualche pausa, nel piacere di ritrovarsi insieme. Ma assai è rimasto nel cuore di molti tra coloro che, orgogliosamente, ne fecero parte.
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Poi, di nuovo, come una visione, portatami forse proprio da questi ricordi e dall’emozione per essersene andato, appunto in quest’anno, il mio amico di tutta una vita, Dario Cecaro.
Non può finire tutto così, mi dico, e non restare più nulla dell’Accademia e di pezzi così significativi dell’esistenza di tanti di noi scacchisti di quegli anni.
Non può finire tutto cosi, si dicono, tra di loro, tre grandi appassionati e valorosi scacchisti di oggi. Amano il gioco e condividono insieme l’idea che gli scacchi sono un gioco che merita proselitismo e formazione.
Sono Maria De Rosa, Woman Fide Master, Istruttore Capo Fsi e per tre volte Campionessa italiana (la prima all’età di quindici anni); Enrico Messina, Maestro, si è formato da giovanissimo proprio all’ANS on Piazza Trieste e Trento; Fabio Buiano, candidato Maestro e istruttore Fsi. Tutti hanno nel sangue la passione per gli scacchi e la dedizione all’insegnamento. E insieme da qualche tempo coltivano un sogno: rifondare l’Accademia.
E vi riescono pure, proprio in quest’anno, muovendo mari e monti, trovando uno Sponsor, trascinando nella loro avventura giovani, giovanissimi, donne e anche scacchisti parecchio agé. Trovano una sede, nel centro storico di Napoli, in via del Pallonetto a Santa Chiara 15, a due passi dalla celeberrima chiesa gotica, e subito accendono il fuoco sotto le loro iniziative: tornei, anche a squadre, intense le attività nei due giorni settimanali, del martedì e giovedì, in cui è possibile frequentare la sede. Ma l’interesse non cala negli altri giorni e se non ci si incontra ci si mantiene in contatto scacchistico tramite il Sito che prontamente hanno creato e la chat degli associati. Vi girano foto e video degli incontri ma soprattutto studi e problemi scacchistici da risolvere.
Le premesse, insomma, fanno molto bene sperare. E meritano un caloroso augurio e un grande in bocca al lupo!

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