Sorrentino è parthenopeo?

S
(Sotto sotto, c’è Freud)

Avevo preso il mio impegno con gli amici di Fb, che quando mi fossi deciso ad andare a vedere Parthenope, ne avrei scritto, nel merito.
Ieri, la decisione è stata presa e i biglietti per il Filangieri, spettacolo delle 18,30, acquistati online: Fila M, nn. 5 e 6 (tanto, a darvene prova).
Con chi vogliamo andare? chiedo a mia moglie. Lei mi guarda con un po’ di meraviglia, sapendo che al cinema mi piace andare da soli, per due motivi: seguire il film con la massima attenzione e non sottrarre due ore (o più) alla compagnia di amici, se  con loro ho piacere di stare e dunque di comunicare.
“Ma no so – le dico – la verità è che come se mi sentissi di andare a una cerimonia. E mi va di condividere là per là le impressioni su un film così controverso”.
“E con chi vorresti questa condivisione?” mi dice lei, con santa pazienza.
“Avevo pensato a Simona e Maya. Da loro verranno in ogni caso considerazioni interessanti e di sicuro contrastanti: loro che mettono insieme le scienze fredde e i saperi inutili, di un medico e un’antopologa, che hanno deciso di unirsi anche nella vita”.
Presto detto e presto fatto (gli aspetti organizzativi non sono mai della mia competenza) e mia moglie mi comunica che le nostre amiche siederanno accanto a noi, stessa fila di posti. Mi sento stranamente un po’ rassicurato. Non può essere una prova facile di interpretazione per me se, dopo la lettura della critica dello stimatissimo amico Valerio Caprara, stavolta ho tratto più dubbi che certezze e mi pare che anche lui un po’ se ne sia lavate le mani e abbia lasciato allo spettatore le sue scelte: vi piaccia o non vi piaccia, prendete da soli le vostre posizioni.
È l’ora, si scende da casa dove tutto è stato sistemato (inclusa pipì del cane) e si va. Ho una certa agitazione e mia moglie la percepisce con chiarezza e mi guarda e in quegli occhi leggo il suo pensiero: “Quest’uomo sta cambiando in continuazione e io a volte non so da che parte prenderlo”.
Un sinistro rumore, sotto l’auto, ci avverte che abbiamo forato. Così è e non c’è niente da fare, inutile pensare di trovare un gommista al sabato sera; inutile provare a contattare le amiche ormai dentro la sala Rossellini e con cellulari irraggiungibili; inutile, dopo che troppo è il tempo passato, sperare di riuscire a vedere il film.
Che fare? “Attendiamo che si faccia l’ora di uscita e le andiamo a prendere al Filangieri. Almeno andiamo insieme a mangiare la pizza” dice mia moglie, che come un navigatore ha già immediatamente ricalcolato il percorso.
“Sì, ottima idea, ci racconteranno del film, ci faranno i loro commenti. E io potrò andare alla pizzeria … (ometto il nome, perché non faccio anticipazioni sul prossimo post “Pizze da favola. Terza parte” in cui proprio di quella parlerò).
E così è accaduto.
A tavola, davanti ad assaggi di pizze contemporanee, Simona e Maya sono un fiume in piena e avrebbero potuto rappresentare validi exit poll se fatti un paio di settimane prima: il sole e la luna, il giorno e la notte. Simona dà luce a tutta la sua razionalità, lavora sulla tematica del film, ricostruisce con la sua acuta intelligenza una struttura che sul piano formale le sembra non regga. Pollice verso.
Maya, nel film ha trovato totale identificazione. Già il fatto che la tematica di fondo (lei dice, molto più marcata d’ogni estetica partenopea) sia quella dell’antropologia culturale, ovvero il suo mondo, fortemente l’emoziona. Ma si capisce che Maya più ancora che da questo ha voluto lasciare trasportarsi da altre emozioni, che il film si fa carico di trasmettere più che nel linguaggio o nella rappresentazione delle situazioni, soprattutto per immagini, quelle in primo luogo della fotografia (regina delle scene) e quella dei quadri (Maya dice che ricordano il teatro d’avanguardia di un tempo) come l’abbraccio dei tre giovani, il cardinale in ginocchio davanti a Parthenope, nel Duomo, tra misticismo ed Eros, la carnale congiunzione delle famiglie camorristiche e tanti altri.
La discussione infuria tra Simona e Maya, mentre noi restiamo in silenzio quasi religioso, quando passano in rassegna i tanti motivi che il film propone, attorno al comandante Lauro, Marotta, il cardinale d’una chiesa peccatrice, il figlio disadattato del professore, paradossalmente e mostruosamente presentato.
Mi perdo su ciascuno di questi dettagli, di cui comprendo che, a conti fatti, il film è troppo ricco. “Altro che ricco – dice Simona – è la grande abbuffatta di un regista divorato dal suo narcisismo, è l’intollerabile marmellata di una Napoli che non si sa mai se raccontare nella napoletanità o nella napolitudine, in un buffet all you can eat”.
“Simona – risponde Maya – la tua freddezza e il tuo cinismo mi spaventano, anzi m’atterriscono e mi viene da chiedermi cosa tenga effettivamente legate noi due. Ma come non capisci che il film è tutta un’allegoria e questa vuole fissare, sul piano esteriore e formale. Parla della vita nella sua apparenza, che è così che si presenta. Poi, però, al suo interno, ci sono gli squarci dei cuori dolenti, la sfera di Parthenope e del fratello spaccata a metà, come nel mito di Platone e che costringe la giovane alla sua lunga peregrinazione. Una peregrinazione che si chiama esistenza”.
Simona mi cattura con la forza dei suoi ragionamenti, con la sua potente razionalità. Ma Maya riesce sempre a toccarmi il cuore. E penso che Sorrentino è più a lei che abbia voluto parlare.“Amiche mie carissime – dico loro – avete gonfiato la gomma della nostra auto e ci avete portato voi stesse al cinema a vedere coi vostri occhi il film che non avevamo visto con i nostri.
Una cosa più delle altre mi sembra di averla compresa. Che l’allegoria di cui si serve Parthenope racconta, nel suo intimo, lo struggimento per la vita inafferrabile che scorre, tra due punti veloci, l’estate felice della giovinezza e l’occidente dell’uomo al quale solo (e sola) allora s’apre il senso vero e profondo dell’antropologia, che sta nel vedere. Vedere, dopo che che tutto il resto è passato, l’amore e la giovinezza, il piacere e il desiderio, e finanche la risata che ti scappa se vedi un distinto signore inciampare e cadere al centro di una piazza.
E ho capito dai vostri illuminati commenti che quel filo, del vedere, si ricongiunge alla battuta con cui il cardinale esce dalla scena: “Alla fine della vita resterà solo l’ironia”.
Non so, dico alle amiche, se Sorrentino abbia tenuto presente l’insegnamento di S. Freud, per cui la fantasia della fanciullezza si riannoda all’umorismo dell’età finale e che con quest’ultima egli recupera la dimensione che fa parte dell’uomo quanto la realtà: il gioco. Perché il grande maestro della psicoanalisi ci insegna che la contrapposizione al gioco (del bambino) non è la serietà (dell’adulto), ma la realtà. Mi sembra però che questi due aspetti si ritrovino nel film che m’avete appassionatamente raccontato. E mi sembra anche che, come qualcuno ha detto, tra queste due stagioni che si toccano e si confondono, in mezzo possa non ritrovarsi nulla. Presto, almeno, divenire nulla.
“Vabbè, ma secondo te – mi domanda Maya – Sorrentino è partenopeo o no? Che qualcuno l’ha quasi descritto come un traditore”.
“Secondo me, non ha il dovere di esserlo e tanto meno di usare la sua arte a difesa di Napoli. Non può essere mai il compito di un artista. Guai se confondiamo l’arte con la politica o con l’etica”.
Simona mi guarda, come una che si sta preparando alla risposta giusta. Come Parthenope. Ma sbotto in una risata, che la fa arrabbiare. “Cos’hai da ridere?”
“Hai il pomodoro sul naso! Che dici, se ce ne mangiamo un’altra?”

PS: Silvio Orlando, migliore in campo. Insieme con Stefania Sandrelli valgono ampiamente, da soli, il prezzo del biglietto.

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