Questioni di genere (e di priorità)

Una riflessione in punta di lingua (e di penna)

Q

C’è una domanda che mi ronza in testa da un po’. Una di quelle domande da domenica mattina, mentre ti rigiri nel letto con la vaga intenzione di cambiare il mondo — o almeno il canale della televisione. Eccola: com’è che ci scaldiamo tanto per le questioni di genere, mentre per cose come i morti sul lavoro, i femminicidi o le guerre ci limitiamo, al massimo, a una scrollatina di spalle e un “che mondo di m…”?

E ancora: perché, quando un Papa parla di pace, ci viene sonno, ma se nomina la famiglia dicendo che è “quella tra un uomo e una donna”, si scatena l’inferno mediatico, con tweet, editoriali, e fior di opinionisti col ditino alzato?

Attenzione: non voglio entrare nel merito (che parola insidiosa, “merito”, pare già un giudizio morale). Qui mi limito a osservare il fenomeno. Tipo turista svizzero al mercato del Cairo. Mi guardo intorno, prendo nota e mi chiedo: perché certe tematiche sono diventate il centro del centro di ogni dibattito?

La sensazione è che su certi argomenti si sia smarrita la sana abitudine di discutere. Prendiamo ad esempio la questione della genitorialità omosessuale: basta un dubbio, un’obiezione, magari detta con garbo, ed ecco che vieni incenerito come un VHS nel 2025. Sei “arretrato”, “ignorante”, “patriarcale”, forse pure “francamente medievale” (che, tra parentesi, era un’epoca piena di colori, mica solo buio e inquisizione).

Eppure — e qui lo dico con cautela da scalatore di mine sociali — ci sono questioni che meriterebbero confronto, non catechismo. E una cosa è discutere del diritto a stare accanto al compagno in ospedale, un’altra questione la maternità surrogata, che pure viene infilata nel pacchetto “diritti civili”, facendo di aspettative, facoltà, diritti soggettivi un sol fascio.

E allora torno alla domanda: perché tutto ruota intorno a questo tema? Perché ogni romanzo, film, canzone (soprattutto se sovvenzionata con soldi pubblici, ça va sans dire) deve contenere, almeno una volta, un personaggio LGBTQIA+?

Forse è davvero la priorità del nostro tempo? O, forse, semplicemente: è quello che ci è rimasto.

Sì, perché nel frattempo:

•il femminismo ha esaurito la sua carica rivoluzionaria e si è ridotto, spesso, a dibattiti sul fatto che “presidente” debba diventare “presidentessa” (o, per par condicio, “presidentə”?);

•la questione operaia è finita nel cassetto, insieme ai VHS di cui sopra. Di operai, oggi, se ne parla solo quando restano senza lavoro. Per il resto, largo alle start-up e al lavoro da remoto, con la schiena curva sul divano e la connessione che va e viene come i diritti;

•la politica, quella vera, ha smesso di esistere. Ora ci sono influencer con la cravatta;

•la scuola non educa più, perché tanto ci pensano TikTok, Instagram e l’algoritmo del giorno;

•e l’etica pubblica… beh, quella l’ha presa Google Maps, ma non riesce a trovarla.

In questo scenario desolante, le questioni di genere sono l’unica cosa che ancora sembra muovere le acque. Per due motivi, secondo me.

Primo: perché non abbiamo più la forza (o la voglia, o entrambe) di occuparci delle questioni strutturali, quelle che costano, che fanno sudare, che richiedono visione e scontro vero. È più semplice promuovere il diritto alla fluidità di genere che affrontare il diritto al lavoro stabile o al trattamento sanitario. Meno budget, più like.

Secondo: perché, diciamolo, è diventata una moda. Sì, proprio così. La difesa delle identità è il nuovo nero. I gender studies sono i nuovi Rolling Stones. Lacan, in confronto, era una tendenza passeggera. Oggi, se non parli di identità, sei out. O peggio: invisibile.

Conclusione? Nessuna. Solo una constatazione: forse questa egemonia tematica non è solo segno di civiltà. Forse è anche il riflesso di un vuoto più grande, che riempiamo con parole forti, simboli potenti e discussioni da salotto, perché non sappiamo più da dove cominciare per sistemare tutto il resto.

E così, tra una polemica sul pronome neutro e un coming out cinematografico, continuiamo a girare in tondo. Con molta sensibilità, certo. Ma anche un bel po’ di smarrimento.

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