Dopo aver provato ad ascoltarne la sua presentazione e ciò che ne diceva l’autrice
Titti Marrone, ma senza esservi riuscito per aver infilato libreria e città sbagliate, sono andato ad acquistarlo questo libro che parla di una vicenda a cui ho accennato anch’io in un mio Post e che avrei volentieri reso oggetto di un mio racconto.
Per fortuna, ci ha pensato Titti a dare ben altra dignità alla storia di una bimba di sei anni, volata dall’ultimo piano in un borgo della nostra periferia.
Prima di iniziarne la lettura sono andato ad annusarlo il libro, come faccio sempre, poiché sono molte le cose che in un volume possono già catturarmi (o raffreddarmi). E, ancora come sempre, apro una pagina a casaccio (ammesso che il “casaccio” ovvero qualcosa senza “né ordine né cura” possa stare dentro una relazione tra lettore amorevole e libro) e leggo (a p. 253): “C’è ancora chi fa le bottiglie, ci pensi? … preparare le scorte di conserva di pomodori per l’inverno, era una cerimonia domestica irrinunciabile in quasi ogni casa napoletana”.
Allora già lo sento: nel libro di Titti, ad accompagnarmi sarà la cerimonia, il rituale, che si attorcigliano alle tradizioni, per proseguirle o magari per soffocarle, come quando compare nella vita di un’innocente un Orco.
L’aletta della quarta di copertina avverte che nel volume, che parla di una storia vera che assurge a metafora, “Torna la Napoli del colera, del terremoto” e si riaffacciano domande antiche e ancora attuali: “il male è confinato solo tra le mura di quel palazzo di periferia?” E, mi viene subito da chiedermi, se la radice di quel male non sia forse inestirpabile.
Io, ve l’ho detto, il libro non l’ho ancora letto e lo cominicerò non appena terminata la bella riflessione di Carlo Iannello “Lo Stato del potere”. Lo leggerò senz’altro, perché vi ho già trovato segni a sufficienza che mi chiamano alla sua lettura, con una certa urgenza.

