Presentazione di Stralci di vita di Angela Procaccini

(10.10.25)

P

  È la terza volta che ho la fortuna, e sicuramente il privilegio, di occuparmi di Stralci di vita.

       La prima, quando Angela mi chiese una post-fazione. Lavorai sul pdf dell’opera di un’Autrice che non m’era affatto sconosciuta: e non lei soltanto, che conoscevo sin dall’infanzia, ma anche i suoi lavori letterari, avendone già apprezzato la precedente raccolta di racconti “D” (di cui avevo scritto un trafiletto) e la silloge poetica Il filo di poesia.

       Poi, ho presentato questa silloge di racconti nel marzo dell’anno scorso, presso la bella sede del Corpo Diplomatico Consolare di via Chiatamone. E mi preparai, stavolta, sul libro cartaceo. Per me, nulla in un volume può essere casuale (fuorché nei libri sciatti, ma questo ne è l’opposto). A partire dalla copertina, dalle alette, la sinossi, la scelta della carta, l’impaginazione, il carattere (nel senso del font). Tutto deve parlare del suo contenuto e vi si deve sposare. Ripeto: quando il libro è prodotto letterario e non commerciale. E nulla vi trovai lasciato al caso.

       Infine, prima dell’estate, ricevo l’affettuosa richiesta di Angela di presentare nuovamente Stralci di vita a Caserta, sotto l’egida di Maria Laura Labriola e caso – o congiunzione – ha voluto che tra qualche giorno, il 28, verrà presentato, appunto qui alla Libreria Giunti, anche il mio ultimo lavoro che pure è un libro di racconti.

       Non era, quello di Angela, invito al quale poter dire di no, per l’affetto e la stima che nutro nei suoi confronti come autrice e donna tanto impegnata nel sociale, e come la mamma che non ha lasciato spegnere nessuna candela sul suo altare domestico, nemmeno per ciò che le è stato barbaramente strappato; ma anche per l’apprezzamento nei riguardi dei suoi lavori. E allora, eccomi di nuovo a parlarne. E con gioia.

       Oramai ho imparato che le tre regole auree delle presentazioni sono:

       Non gareggiare mai in bravura con l’Autore;

       Non spoilerare quel che viene raccontato;

       E la terza, meno rigida: tenere distinta dallo scrittore, l’opera che si presenta.

       La prima cosa mi viene del tutto naturale. Poiché mi mancherebbero gli strumenti e a questo ipotetico duello dovrei arrestarmi prima ancora della scelta delle armi.

       La seconda, il non dare anticipazioni di trama: beh, presterò attenzione. Ma in ogni caso, una silloge di racconti non è un romanzo; un triller tanto meno. E anche il più goffo dei presentatori non può anticipare più di tanto. Inoltre, la scrittura di Angela non punta alla sorpresa e quindi non cerca finali ad effetto. Conta più la trama, direi: la tramatura, piuttosto che la conclusione di storie le quali, al contrario, vogliono essere “tessere” (come già per precedenti raccolte e, in qualche modo, per quello di nuovo che sta bollendo nella sua instancabile pentola) e tali – le tessere – spesso si presentano con finali aperti, proprio come nelle vicende della vita. Qualcosa questi racconti li ha preceduti; altro li seguirà. Voi osserverete delle istantanee e, come davanti a queste, coglierete quello che si offre alla vostra percezione (e ovviamente nessuna percezione è sovrapponibile a quello di chiunque altro); il resto, potrete supporlo, immaginarlo, addirittura, diciamo così, predirlo.

       Poi c’è la terza regola, che fonda un’antichissima querelle: possibile conoscere l’opera e non l’autore? Ed è giusto lasciarsi condizionare dalla conoscenza di quest’ultimo e non guardare invece oggettivamente all’opera soltanto?

       La mia personale convinzione (impossibile approfondirla qui) è che la risposta non sia in tutti i casi la stessa. E, per quello di Angela, questa separazione non è possibile e risulterebbe riduttiva.

       C’è sempre la sua vita vissuta nelle sue storie. E quella vita rappresenta una chiave molto utile per l’interpretazione.

       Vi dirò tra un minuto qualcosa di più specifico su contenuti e stile del libro, ma lasciatemi premettere – visto che stiamo parlando d’una silloge di racconti e che il racconto costituisce, insieme con la forma poetica, l’arnese di elezione di questa scrittrice – un breve inciso sul genere letterario, per il quale condivido con lei la medesima passione.

       Sapete… c’è un pregiudizio duro a morire. I racconti non vengono ritenuti commercialmente attrattivi: insomma, non si vendono; le poesie, poi, non ne parliamo proprio. Piacciono, sì, i racconti, tutti dicono: “Ah, che belli!”

    E poi in libreria… prendono un romanzo di cinquecento pagine, magari anche per tappare un buco nella biblioteca.

       Eppure, i più grandi scrittori della storia hanno scritto racconti! Superfluo fare i nomi.

       Il racconto (a differenza del romanzo che è come una cena con tante portate) è quel boccone piccolo e intenso, che può restare in mente. È un assolo, non una sinfonia.

       E poi, il racconto è pratico, si legge in poco tempo ed è l’ideale per chi vive di corsa, come facciamo oggi, per lo più. Ti lascia entrare e uscire quando vuoi. Non devi sforzarti di ricordare cosa era successo nel capitolo dodicesimo o chi era il tale personaggio! Lo prendi, lo leggi, lo chiudi.
E il giorno dopo puoi aprirne un altro. Come una scatola di cioccolatini, che la sera t’aspetta: ognuno con un gusto, una piccola esplosione di senso. E forse, il racconto è la forma di scrittura che più somiglia alla vita.
Fatta di episodi, di lampi, di piccole storie che iniziano e finiscono in un attimo…
e in quell’attimo succede tutto.

       E allora, un libro di racconti non è figlio di un Dio minore. Richiede anzi all’Autore di instaurare una tensione perfetta e vibrante. Al romanzo, qualche pagina meno ancorata alla storia, meno coerente con la trama, la si perdona. Con il racconto questo non è possibile. I buoni racconti, e quelli di Angela lo sono, non possono consentirsi nemmeno un singolo rigo fuori posto.

       Ma chiudiamo questa digressione e veniamo al merito.

       Potrei per questo rinviarvi in fondo alla mia postfazione, per non abusare della vostra pazienza. Ma del tempo che gentilmente mi è stato concesso avanza ancora qualche minuto. E allora, telegraficamente:

       Lo stile, intanto. Della scorrevole scrittura, asciutta, mai ridondante. In termini musicali, vorrei dire che il suo andamento si potrebbe definirlo un adagio, ovvero un movimento rilassato, disteso; ma anche un “moderato”, perché ogni racconto scorre in modo misurato, senza eccessi; e, come nell’impiego delle note ciò (secondo dicono i musicofili) è l’espressione del buon senso, così in questa scrittura si coglie la stessa pacatezza, l’equilibrio.

       Ma non solo la scrittura, tutta la composizione del libro è stilisticamente apprezzabile. Tra l’altro, gli eserghi, sempre estremamente a tono: mai sfoggio di cultura ma espressione di senso. E raffinati.

       Sui contenuti dirò: “stralcio” è proprio la parola chiave, la password, del libro. Ed è anche ed essenzialmente “estratto”, quel che viene ricavato, dunque mai avulso, al contrario che si fa testimone del contesto, ovviamente immaginario, dove ha abitato. Per di più, nella ricchezza polimorfa di cui spesso le parole si nutrono, si trasforma, secondo me, anche in tralcio di vite, vivificante per sé stesso. Da entrambi – stralcio e tralcio – si estrae: la vite che vinifica, la vita che essa stessa vivifica; o anche il viceversa.

       Ho poi già accennato che Stralci di vita è una silloge (da: sun-lego). A ragion veduta, perché non siamo in presenza di una mera raccolta, ma di qualcosa che tiene insieme, lega per l’appunto le dieci storie, parti di un tutto. E questo, non tanto per ragioni tematiche (sebbene vi sia comunque un humus comune, il mondo borghese, essenzialmente) ma perché, a mio avviso, l’unità è piuttosto costituita dalla riunione di frammenti di donne diverse in una donna sola, un’unica anima. E un’anima unica. Come se venisse offerto (lo dissi in altra occasione) una sorta di inconscio collettivo junghiano femminile.

       Di questo collettivo, qual è il tratto comune? Quello di una donna onusta d’un vuoto dolente, ma anche alla ricerca continua dell’Amore (con la maiuscola e declinato nelle varie espressioni dell’eros, della filía, ecc.). La perdita che proviene da un passato; l’amore che dà vita a un presente altrimenti irrealizzabile. E il dolore viene sempre portato con dignità: questo, direi, è un ulteriore tratto unificante delle storie.

       Non ogni donna di questi racconti esce vittoriosa, attenzione! A volte, infatti, nella vita si soccombe. Qui vi è (in senso gaddiano) tutta la cognizione del dolore dell’Autrice, senza alcuna astrazione e senza estetizzazione. Ma, ribaltando la tesi dell’opera più famosa di Gadda, la consapevolezza del dolore non acuisce il dolore stesso. In questo libro (ma direi in tutta l’opera di Angela, che in ciò non lascia scindere il suo vissuto dalla scrittura) trovare una soluzione salvifica è possibile; ma solo grazie alla forza dell’Amore. Come, ad esempio, nel più lirico dei racconti, “Benedetta e la rinascita”, la cui chiusa è affidata alle parole – con cui chiudo anch’io – di uno dei più grandi lirici romantici, Percy Bysshe Shelley: “… l’amore è quella forza potente che ci attrae, quando scopriamo nei nostri pensieri l’abisso di un insaziabile vuoto…”.

Grazie.

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