
Buonasera a tutti.
Dopo Titti Marrone e la lettura di Giulio Adinolfi dovrei dirvi: coraggio, il meglio è passato…
Sto qui con un’emozione davvero profondissima e ho partecipato, col mio piccolo contributo, perché questa serata si potesse realizzare, per tre motivi: l’Amicizia, l’Apprezzamento e la Gratitudine. Ciascuna di queste tre cose, direi, in dosi massicce.
Io proverò a raccoglierne brevemente le ragioni e certo mi perdonerete se parlare di Carlo, quale scrittore, come desidero e devo, non mi riuscirà senza almeno qualche riferimento a ciò che lui ha rappresentato per me e ai ricordi di lui che mi accompagnano.
Innanzitutto, se ripenso a Carlo, immancabilmente affiorano alla memoria gli anni scolastici, al Liceo Denza. In un’aula, in cui il professore di italiano restituiva i temi in classe, chiamandoci per nome alla cattedra. Ognuno dava una rapida sbirciata al voto, più rapida ancora al giudizio, e quindi tornava al proprio posto. Ognuno attendeva, anche, che il professore iniziasse la lettura di uno (uno solo) dei temi, che puntualmente aveva trattenuto. Lui lo faceva per darci l’esempio di come si dovesse scrivere. Noi lo attendevamo, ogni volta, quel tema, probabilmente senza aspettativa di migliorarci, ma perché ci piaceva, e molto, quello che lui scriveva. Carlo, naturalmente. Il più amato di tutti in classe, e verso il quale quell’inesorabile rituale non suscitava mai invidia. Piuttosto, un sentimento misto di smarrimento e ammirazione.
Del seguito, di uomo pubblico come giornalista per quarant’anni, Titti ha fatto sintesi appassionata ed emozionante.
Al suo privato, appartiene invece il fatto che, passati gli anni, tanti, a un certo momento il suo servizio per lui comincia a non essere più appagante e fare il giornalista sente che non è più la sua vera missione, almeno non rebus sic stantibus.
Certo, pativa (può accadere a chiunque) il suo tran-tran. Leggo da un suo libro all’epoca in cui era capocronista: “… riunioni e scontri, una corsa al sole e un’altra riunione, e poi tra il fumo di chi fuma dove non si deve fumare e parole scritte a vanvera che frettolosamente dovevo cambiare, e titoli che non venivano e fotografie che non passavano da un computer all’altro, e urla e incomprensioni e corse finali dietro ambigui dispacci d’agenzia”.
Ma, c’era pure il disincanto.
“Ho allungato – scrive dalla sua redazione – i piedi sulla scrivania e ho decantato l’orrore di questo vortice inutile, gigantesco, che non profuma neanche più di piombo e inchiostro, ma di sdrucita infermeria”.
Parole forti, a spiegare con chiarezza l’urgenza di un cambiamento. Tuttavia, la spinta più grande era altra. Lui era alla ricerca di una realtà che non dovesse ogni volta essere verità, che potesse trasfigurarsi. A Carlo, allora, mancava il Carlo scrittore.
E come se a un certo punto, avesse detto “basta ora! È il momento di scrivere. E di essere me stesso.” (Kafka, d’altronde, lo diceva tutti i giorni nel terminare l’orario all’ufficio postale dov’era impiegato e, andando a casa, ripeteva: “finalmente a lavorare”).
Il tempo di quel cambiamento, di quello per così dire in azione (più difficile sarebbe risalire a quello in cui esso nasceva nel suo cuore), si può facilmente definire.
I suoi primi scritti, da narratore, sono del 2007 – 2008, raccolti in due cofanetti e accompagnati da altrettanti amuleti (una civetta e un corno) che l’editore Vele bianche (e chi, se non uno con questo nome, avrebbe potuto essere il suo editore di esordio?) volle – di sicuro di concerto con Carlo – inserirvi.
Sono due libricini (“Civette e tarocchi” e “Buona Fortuna”) benauguranti soprattutto a sé stesso, che incitano il nuovo a farsi strada nella sua vita. Ci vorranno poi però quasi dieci anni perché nasca una raccolta di novelle, appunto “Lettere dal Faro” (2017), in cui Carlo inizia a raccontare raccontandosi.
Accadrà, il passo verrà compiuto, in quel momento esistenziale quando una vita ben vissuta può dare frutti molto maturi e ricchi. Accadrà nel tempo (per usare una recente metafora di Erri De Luca nel suo ultimo libro dal titolo molto pertinente al tema “L’età sperimentale”) in cui l’uomo – la cui vita dura quanto quella di tre cavalli – sale sul dorso del terzo cavallo. Intorno ai sessant’anni, insomma.
E dice allora parlando di sé: <<Quando riesce a scrivere pensa: “Così sono felice”>> (dalla quarta di copertina di Lettere dal Faro).
Prende le mosse, in questo modo, il suo viaggio iniziatico.
In quella stessa quarta della copertina, tra le tante cose che confida di essere (giornalista, scrittore, marinaio, pescatore, papà, nonno) si definisce anche “marepatico”. E quello, direi, diventa il primo paletto, fisico, della sua scrittura. Il mare non lascerà più lo scrittore, esattamente come non lascia mai l’uomo, per tutta la vita. E oltre.
Il mare e l’isola – questa dicotomia, tra distese sconfinate e piccoli rassicuranti microcosmi (utili anche a metter distanza da quel che non sente appartenergli), tra bisogno di annullarsi, immergendosi nel tutto e nel nulla e quello di ritrovarsi, sulla terra amica, sotto la luce-guida del faro – diventano, già, metafora narrativa della sua esistenza e di un senso universale, diviso tra i continui desideri di andare e di ritornare.
“Sono questi strani giorni tra fine maggio e inizio giugno – dice un suo personaggio, ma dice Carlo per sé stesso – che arriva lo scirocco del maghreb. Così, quando esci dal mare croccante che ti stringe il cuore mentre nuoti, la pelle si asciuga velocemente e le narici si dilatano per un tepore aromatico che sa di deserto, di rose lontane e dell’odore algoso del mare… Mi piace stare così, nudo, a farmi attraversare dall’essenza della vita. E assaporo il piacere di sentirmi parte, parte dentro e certa di tutto questo… di questa mia isola”.
Questo libro, a mio avviso, in cui, come ho detto, egli racconta per raccontarsi, sancirà anche la separazione del Carlo giornalista dal Carlo scrittore, a favore del secondo.
Poi arriva a pubblicazione, l’anno successivo (ma è evidente che si trattava di un romanzo per così dire già in pancia), “Gli orti della Sirena”. Opera complessa, di non immediato accostamento, ricchissima di molti degli ingredienti della sua prosa, quelli stilistici e anche quelli di contenuto.
Compare, appieno, il secondo Carlo, gli si para allo specchio e lui lo riconosce. È per questo, ritengo, che scriverà, in qualche pagina, lì: “Siamo tutti fili appesi da una parte all’altra del mare e del tempo”. È la visione poetica di un sentimento della condizione esistenziale, in cui sente di essere entrato. Il nuovo, se può dirsi che professionalmente è oramai andato a sostituire il vecchio, a quest’ultimo tuttavia, sul piano esistenziale, semplicemente s’aggiunge. E il vecchio ha pur sempre dei resti, anche fisicamente presenti. Che stanno a continuo richiamo che il tempo davanti non è più molto. Quel tempo ch’egli riuscirà così bene a trasformare e sublimare nella narrazione, nella vita reale gli ricorda la difficoltà di riuscire anche soltanto a infilare un paio di calzini, restando in piedi.
Molto significativamente, di questa piccola ossessione dei calzini, Carlo parlerà due volte di seguito, in quarta delle copertine del 2018 (Gli orti) e del 2020 (le Ballate).
Gli Orti della Sirena (come tutta la produzione di Carlo) è un romanzo assai difficile da incasellare, per la sua poliedricità.
In una forma stilistica già pienamente matura, colta, musicale, rarefatta, densa di rimandi letterari e filosofici, in capitoli brevi, frammentati, con un linguaggio che – seguendo la grande tradizione dei romanzi introspettivi del Novecento – segue e scandisce l’instabilità del tempo (impossibile per quest’autore non deformarlo e inventarlo il tempo, lasciandolo spesso senza riferimenti e senz’ancoraggio), Carlo più che raccontare s’esprime per visioni, al posto della narrazione vi è continua evocazione, al posto dei fatti, suggerimento. E i luoghi si fanno metafisica, prolungamento del territorio mentale.
Non è sempre agevole, per il lettore, seguire questo percorso in perenne tensione, che esige attenta partecipazione sensoriale e interiore.
Gli “orti” assurgono a metafora e dentro questi la terra coi suoi prodotti, verdure spezie carichi di odori e di fragranze, e il cibo, e i tanti modi con cui esso può divenire nutrimento. Anche per l’anima.
Così, ivi, a proposito di un piatto conosciuto a Smirne, in un racconto che si fa allegoria: “Vedi che nel cibo c’è sempre una ragione segreta, una strada sconosciuta che ci porta da qualche parte che a volte sappiamo e a volte no. Ma questa è l’insalata della felicità, dell’armonia e del ritorno a casa. È il piatto che devi mangiare quando metti famiglia ….; ti ricorderà dei viaggi e di quant’è bello stare nel tuo letto, nella tua terra, nella tua gente…”
Tra questo romanzo e il successivo, s’inserisce “Ventiquattro ballate della Fortuna” (2020), con il titolo che rinvia alla remota origine di questo genere letterario: Ballata, ovvero canzone con ballo. Si tratta della raccolta degli altrettanti racconti già contenuti nell’uno o nell’altro dei ricordati cofanetti. Ma la riunione in quell’unico volume è come se potenziasse le novelle e mettesse fortemente al centro – anche come tema esistenziale e filosofico dell’Autore – la Fortuna, appunto.
“Un po’ storie, un po’ fiabe, il destino passa per segni… E la Fortuna, in fondo, come la sua immagine contraria, non è altro che il punto di osservazione da cui guardiamo e viviamo quel che scriviamo – o è scritto – per noi”. Questo è l’appunto che ho ritrovato nella mia copia del libro di cui mi fece dono, dattiloscritto da Carlo con la dicitura in calce e tra parentesi: “Commento dell’A. per Roberto Di Salvo”.
La Fortuna qui non è intesa soltanto come caso, destino, ma anche come mutevolezza della vita e imprevedibilità degli accadimenti, a fronte delle quali il nostro desiderio di dare un senso alla nostra esistenza è talvolta vano. Vi si può dunque leggere anche l’allegoria della condizione contemporanea, in cui l’incertezza domina e la razionalità non basta più a dare spiegazioni (il pensiero va al Roth di “Pastorale Americana”).
Ma ciò che maggiormente mi rimane di questo libro è la capacità di Carlo di fondere mito, paesaggio, introspezione, ciascuno come propaggine dell’altro. E l’idea conduttrice per cui “La prua delle navi guarda a Sud”. Sì, se il suo è uno sguardo universale sul mondo, la sua barra sta pur sempre a meridione. Da uomo del Sud.
Il suo ultimo romanzo, “Penelope e le altre”, abita sul mio comodino e nel mio cuore; e anche lui lo amava molto.
La lenta sua passeggiata, quella d’un sessantenne nella sua città di Napoli, da Piazza Garibaldi, ovvero dal luogo più simbolico per una partenza fino alla casa di Posillipo (di nuovo: verso il mare, punto di approdo e ripartenza) è la riflessione, dolce ed esistenziale, compiuta attraversando strade e visitando figure femminili archetipiche. Penelope, personaggio carico di stratificazioni simboliche, è la protagonista fortemente evocativa del mito odisseo: mito dell’attesa, che tuttavia nel romanzo di Carlo viene trasformata, poiché è sull’attesa che questa donna (ri)costruisce, al tempo stesso, la propria identità. E che, a un certo punto, la porterà a svanire, ovvero a decidere – quasi shakespearianamente – di essere o non essere. E le “altre”, madri mogli amanti, rappresentano “varianti” di Penelope, ognuna con una diversa declinazione del desiderio, dell’amore e del senso di perdita che accompagna il percorso narrativo (e ritengo: anche esistenziale) e di Carlo.
È uno straordinario romanzo cd. di formazione, non proprio nel senso tradizionale del genere del Bildungsroman, piuttosto in quello di formazione tardiva, in cui maturità, tratto spiccatamente umano dei protagonisti, speculazione filosofica acuta – che scorre in un flusso di (auto)coscienza, che viene focalizzato nel monologo interiore, d’una voce narrante in prima persona – ruotano su alcune assi portanti, che s’intrecciano mirabilmente: la memoria amorosa mista alla nostalgia; la città, vista non come mero sfondo della narrazione ma corpo vivente, paesaggio dell’anima; il tempo come contenitore di esperienze e monito.
La scrittura, con Penelope e le altre, si fa particolarmente matura, traspaiono influenze letterarie colte e variegate, dalla tradizione classica e mitologica, alla narrativa esistenzialistica, alla letteratura memoriale italiana.
Carlo ci ha lasciato scritti di pregevolezza assoluta. E pensare a questi, mi commuove quanto il ricordo di lui, come lo conobbi e lo ebbi amico fino agli ultimissimi tempi della sua vita, e a quelli dei nostri tête-a-tête letterari a parlare di libri: i suoi, quelli degli altri e pure i miei. Conversazioni, agli chalet di via Petrarca o Posillipo, davanti al caffè con scorza di limone (il ricordo decisamente più brutto di lui: la scorza, intendo).
Ma ho fatto cenno, all’inizio, (e vado a concludere), anche alla gratitudine.
Seguì con attenzione i libri che avevo incominciato a scrivere. Fu prodigo di suggerimenti. E dell’incitazione fattami a pubblicare. Non che questo, dal punto di vista letterario, gli si possa riconoscere come merito, per carità. Ma io ho motivo di essergliene tanto grato.
Il mio primo libro avrebbe dovuto presentarlo lui. Ma era nel pieno di un ciclo di chemio. Mi promise che al successivo (di cui già gli avevo consegnato il manoscritto) non sarebbe certamente mancato.
Pochissimi giorni prima di questa seconda presentazione, però, mi scrive per WA, inviandomi foto di un tampone. “Sto a Pantelleria. E ho il Covid. Non so se riuscirò ad esserci”.
Pensammo al piano B, d’un collegamento da remoto. E tutto era pronto per questo. Ma il giorno prima dell’evento, un altro WA mostra la foto del suo biglietto di ritorno. Voleva esserci fisicamente.
Ho testimonianza di quel suo intervento, al PAN, solo per qualche foto. Ma ciò che disse resta davvero per me memorabile. Era il 4 marzo del 2023. La sabbia nella clessidra della sua esistenza era davvero agli sgoccioli.
Lo rividi per caso il mese successivo alla Farmacia Loreto in via Crispi. “Sto facendo la mia spesa – mi disse – . Alien è tornato”.
Mi accompagnò all’auto, lasciò che mi sedessi e mi salutò dal finestrino.
Mi venne da pensare in quel momento, non so nemmeno perché, alla frase di Pablo Picasso: “Ho impiegato molto tempo a diventare giovane”. Forse era così che lo vedevo, ancora, nei suoi ultimi giorni.
Nella piena maturità del mese di maggio di due anni fa, Carlo ci ha lasciato per tornare al mare.
Lo saluto oggi, con le parole che una volta mi rivolse: “Auguri a te amico, dell’età giovanile e di quella adulta. Auguri a te … Per ogni riga nuova…”

Roberto, il tuo ricordo di Carlo Nicotera è un atto d’amore letterario. Hai saputo evocare con delicatezza e acume la sua umanità e il suo talento. Grazie per aver condiviso questo prezioso ritratto.