
Dopo averne sentite tante in proposito, provo anch’io a dire la mia. Ma vorrei farlo senza ritenere necessario schierarsi, da una parte o dall’altra. Il tifo mi prende e m’appassiona solo quando si tratta del Napoli, negli altri casi provo invece a ragionare.
La questione del (per ora presunto, ma con forti indizi a carico) torturatore e violentatore, il generale libico Almasri, che abusando del suo potere avrebbe contravvenuto alle più elementari regole del vivere umano nel carcere di Mittiga, spingendosi in perfidi e disumani comportamenti, e salvo anche per lui il diritto all’accertamento delle imputazioni in un equo giudizio sulle sue responsabilità, si presenta in Italia, ai miei occhi, con coppie di espressioni e di concetti, molto divisivi.
Vediamo di cosa si tratta, coppia per coppia.
Avviso di garanzia/Comunicazione.
I ritenuti “avvisati”, ovvero la Meloni, Piantedosi, Nordio e Mantovano, e con essi l’intero asse governativo, si scandalizzano che l’allontanamento, manu militari del generale libico, espulso con un aereo dell’Aviazione (dopo che questo era stato arrestato a Torino mentre si recava a vedere una partita dell’Juventus), in quanto atto politico (e tale con ogni probabilità sarà la linea difensiva appresso seguita) possa esser messo sotto processo, non politico, ma proprio giudiziario.
Dall’altra parte, si fa notare che nella fattispecie non vi è alcun avviso di garanzia, che sul piano processuale costituisce tutela dell’indagato, ma porta quasi sempre con sé il difettuccio della propalazione della notizia e del “pre-giudizio” anticipato. Il quale, nei confronti di un politico e per la sua carriera, rappresenta certo un fatto assai negativo, a cui la classe politica reagisce, considerandolo come se non ci fosse ed estendendo, per così dire, il suo non cale anche a rinvii a giudizio e sentenze non definitive, con evidente confusione tra aspetti di legalità e questioni di opportunità. Sicché, sono in tanti ad essere indagati e quasi nessuno a dimettersi, non scollandosi mai dalla propria poltrona.
In effetti, tecnicamente, la comunicazione relativa ai ministri non costituisce atto di avvio delle indagini, queste spettando al cd. Tribunale dei ministri (il quale altro non è che una sezione specializzata del Tribunale ordinario), ma nella sostanza non se ne differenzia molto, salvo che per il non troppo rilevante particolare che l’avviso viene inviato da chi avvia le indagini, mentre la comunicazione oggi in discussione viene trasmessa, affinché siano altri a dare corso alle indagini stesse.
Sul piano dell’effetto, politico, che l’uno e l’altra producono, sul presupposto che in entrambi i casi vi sarà un’indagine penale sul ministro (o i ministri: ben quattro in questo caso, inclusa la Presidente del Consiglio), la distinzione mi appare francamente di poco momento. Sicché non comprendo perché ci si accapigli su di essa.
Atto dovuto/Atto voluto
Che (non) si tratti di avviso di garanzia o si tratti di comunicazione al Tribunale dei Ministri, la questione se siamo in presenza di un atto dovuto del Magistrato (il Procuratore di Roma Lo Voi: lo stesso che ha chiesto il rinvio a giudizio di Salvini per il caso Open Arm, qualcuno sottolinea un po’ velenosamente) oppure di un atto voluto, mi sembra anche questa divisiva e ha visto l’entrata in campo di altri soggetti, come l’Associazione Nazionale magistrati (pro atto dovuto) e l’Unione delle Camere italiane (che nega la sussistenza di un atto dovuto, in assenza di una notizia “qualificata” di reato e propende per l’atto voluto, quindi discrezionale).
Ma, in verità a me la questione sembra pure un po’ fuori focus. Perché in entrambi i casi l’attività del Magistrato non è propriamente né dovuta né voluta (in senso comune) ma piuttosto adempimento funzionale di un dovere in ogni caso (sia essa obbligatoria o meno, vincolata o discrezionale), poiché i Magistrati operano sempre sottoposti alla legge.
Il fatto però è che non è veramente l’an, il sé a rilevare, ma il quando e il quomodo. E qui torniamo, l’ennesima volta, a un punto trito e ritrito (pensate, per casi più clamorosi, all’avviso di garanzia a Berlusconi durante il G7 o al caso Mastella): il tempismo, l’avviso o comunicazione che sia, a orologeria.
La comunicazione alla Presidente e tre suoi ministri (tale può ritenersi anche, ai fini che ci occupano, Mantovano) è arrivata giusto a tempo, prima che il governo riferisse della vicenda in Parlamento. Un caso? Il sospetto del contrario, dati tempi e precedenti, dovrebbe essere ritenuto per lo meno ammissibile. L’effetto prodotto, con l’impedimento creato a riferire alla Camera? Credo che si possa dire che ci siamo trovati in presenza di una sorta di avocazione. Tutto è attratto alla Magistratura e, almeno per i 90 giorni che la legge assegna al Tribunale dei Ministri, la palla è tra i piedi dei giudici. Anche se si tratta di questione destinata poi a sgonfiarsi del tutto, come una bolla di sapone. Che però durerà troppo a lungo, ben più di quanto essa meriterebbe. Ma auspico che il Tribunale competente sappia sbrigarsi, prima del tempo massimo assegnatogli dalla legge, perché nel frattempo si profila una completa impasse della funzione parlamentare.
Errore procedurale/Ragion di Stato
La scelta politica del governo, a motivare l’espulsione di Almasri, è stata quella di addurre l’esistenza di un cavillo giuridico, di tipo procedurale, legato a un difetto d’informativa del nostro ministro della Giustizia da parte della Corte Penale Internazionale che aveva spiccato il mandato di arresto. Quest’ultimo ordine, in conseguenza, non avrebbe potuto essere eseguito ab initio o, in quanto già eseguito, era da revocare, sopravvenendo (e sostituendolo), a valle di ciò, la misura di tipo amministrativo, ovvero l’espulsione.
C’è in Italia, tra i pochi giuristi e tutto il resto della popolazione, chi abbia creduto a questa motivazione? Io ne dubito, francamente. Pertanto, la mia convinzione è che il governo abbia utilizzato un pessimo argomento. Una scusa, proprio.
C’era un’altra via? Ma sì, certamente. Meno di una settimana prima, per lo scambio tra la nostra giornalista Sala e l’ingegnere iraniano, ciascuno detenuto nelle carceri dell’altro Paese, la soluzione adottata (con una buona mediazione diplomatica), ovviamente per salvare la vita di una connazionale, trovava fondamento e spiegazione nella cd. Ragion di Stato. La quale, si sa, a determinate condizioni e in specifiche circostanze, autorizza a forzare in via eccezionale le regole ordinarie. Per la liberazione-espulsione di Almasri, a renderla opportuna, secondo una valutazione di carattere strettamente politico, c’era la minaccia dei barconi di immigrati libici, pronti a veleggiare verso le nostre coste. Di nuovo, ragion di Stato. Ed era questo che sarebbe stato bene enunciare sin dall’inizio, senza prendere per i fondelli nessuno. Che è cosa che, normalmente, non può che infastidire molto.
Vendetta della Magistratura/Vittimismo del governo
Quel particolare tempismo della comunicazione s’evidenzia non soltanto per il fatto di essere sopraggiunta a poche ore dal programmato e atteso intervento chiarificatore in Parlamento da parte del governo, ma anche all’indomani dell’approvazione della Camera dei Deputati, dunque in prima lettura, del testo legislativo governativo sulla separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti. Un provvedimento contro cui si è fermamente schierata buona parte della Magistratura associata (e per me, criticare le leggi è in tutti i casi una posizione che stride con il ruolo di chi appartiene all’Ordinamento giudiziario) che certo non ha dissimulato di avere il dente avvelenato con il governo. Hanno voluto vendicarsi? O invece il governo s’è messo a cavalcare la tigre, senza perdere l’occasione per gridare all’ingerenza dei giudici? O entrambe le cose? Questo, lo lascio decidere a voi, secondo la personale sensibilità. Ma, per favore, non per partito preso!
Conflitto Politica vs. Magistratura
La verità è che, al fondo di tutto questo, c’è una tensione, tra Politica e Magistratura, che viene da lontano, a cui vengono fornite diverse chiavi d’interpretazione, sulla politicizzazione (di una parte) della Magistratura o invece (io ritengo con minor fondamento), che questa negano, sostenendo che da un tale lato della barricata non si siano commessi errori d’ingerenza.
In ogni caso, senza poter andare oltre nell’accennare a un tema di così vasta portata, sta di fatto che questa tensione e la stessa relazione tra i due Poteri, da un lato e dall’altro del muro della loro divisione, ondeggia con sorti alterne, a seconda della forza storica dell’uno e dell’altro. Così, a lungo abbiamo ad esempio assistito, nell’ultimo trentennio, a una classe politica incapace di riformare il Potere giudiziario, laddove riforme si sarebbero invece rese necessarie e negli ultimissimi anni assistiamo invece a una lotta (guerra, si può dire guerra?) con poco risparmio di armi, ma grande danno per le istituzioni e il Paese tutto. E a cosa è dovuto? A mio avviso, al fatto che si ritrovino, oggi, Politica e Magistratura, deboli entrambi, senza forze per prevalere, ma solo di resistere.
Un’ultima … per me doverosa, osservazione. Se Almasri si è recato in Italia, per vedere una partita della Juve in quanto tifoso di questa squadra, allora egli potrebbe avere un problema aggiuntivo.
L’avv. Gianni Agnelli mandò a dire, tramite Enzo Biagi, a Tommaso Buscetta, tifoso bianconero, che questa sua fede era l’unica cosa di cui non avrebbe mai dovuto pentirsi nella vita.
L’acqua poi scorsa sotto i ponti ha cambiato la prospettiva delle cose e fatto emergere molte responsabilità (anti)sportive dei piemontesi. Dunque, Almasri, se juventino, potrebbe dover rispondere anche di questo. Speriamo che nei tribunali libici, dopo l’esame dei tragici comportamenti da criminale di guerra di cui occuparsi, se ne tenga conto.
