LA GRAZIA

(di un Paolo Sorrentino in stato di grazia: più che recensioni, meriterebbe tesi di laurea!)

L

 

            Dopo lo scarso successo (ma dovrei onestamente dire: insuccesso) dei mei ultimi Post da meditazione, avevo deciso di dedicarmi per un po’ ad altro, lasciando riposare me e i miei venti lettori (tanti sono per davvero) che mi seguono su Facebook. Così, per l’anteprima di “La Grazia” mi sono regalato la matinee offerta da Paolo Sorrentino, che del film è anche sceneggiatore e produttore.

            In anteprima, era uscito a suo tempo anche “Parthenope”, visibile in spettacoli serali – diciamo pure notturni – delle ore 23:00.

            La domanda di questo cambiamento d’orario me l’ero posta, in anteprima anch’io, ovvero prima di andare al Metropolitan. La risposta, trovata in rete, non che mi sia piaciuta fino in fondo. Parthenope era un film di emozioni, rivolto a un pubblico di giovani, che la sera tirano a lungo; e infatti da questi ultimi è stato apprezzato in modo particolare. La grazia, al contrario, è un film di riflessione, dunque per vecchi, i quali vanno nel cesto ben prima delle ventitré. Ma, mi son detto poi, “perché aver paura delle parole?”. Chi è vecchio accetti il regalo, e grazie al Maestro per essersi rivolto alla mia fascia di spettatori.

            Il film, sia chiaro, ex post mi ha dato conferma di questa opzione e, uscito dalla sala, mi ha fatto pensare – non meravigliatevi! – al baccalà, il quale per i minori di cinquant’anni è impossibile da gradire. In questo caso, c’è da portare ancora più in alto l’anagrafica del gradimento; diciamo, a non meno di sessanta, visto che la gentile signora che mi ha tenuto compagnia nella visione ha questa età e il film lo ha apprezzato molto.

            Avevamo dunque lasciato, con Parthenope, il Sorrentino dell’antropologia: quella del prof. Marotta, spiegata – anzi riassunta – in fine del film, con una battuta fulminante, sulla capacità di vedere. E lo ritrovo ne La Grazia con la filosofia, quella dell’uomo pensante su ciò che egli è e che si sforza di guardare dentro di sé.

            A questa continua introspezione si dispone, in parte per predisposizione e in parte per un bisogno di sopravvivenza, il prof. Mariano De Santis, già giudice, giurista positivo, professore di diritto penale (il suo “tosto” manuale, in più tomi, di 2046 pagine campeggia nella biblioteca della sua casa) e, nello svolgersi della trama, Presidente della Repubblica italiana alla fine del suo settennato.

            Il film ha inizio proprio con l’inizio del cd. Semestre bianco, ovvero quando l’Ufficio viene limitato in un importante atto quale lo scioglimento delle Camere. Non che De Santis avesse quest’idea in mente (“Però posso sempre dichiarare una guerra” commenta ironicamente), ma patisce – lo lascia intendere – questa “dimezzatura”. Avverte, in altre parole, il tramonto che s’annuncia: quello del suo cursus honorum e della sua vita stessa.

            D’inequivocabile formazione politica democristiana, un Presidente della Repubblica il quale, piuttosto che porsi l’inutile domanda se assomigli all’uno o all’altro dei dodici Presidenti che realmente si sono succeduti in Italia dal ’46 ad oggi, di certo tuttavia ne incarna un profilo. In una parola, uomo della Prima Repubblica, per formazione politica e culturale, possesso (ed esercizio virtuoso) di valori, capacità d’osservanza formale della legge e rispetto ossequiente della Costituzione, con un abito mentale che se all’esterno può farlo apparire grigio, come il “Cemento armato” che gli vale l’appellativo, all’interno, sul piano istituzionale, lo rende duro come il cemento stesso.

            Forza e fragilità legate insieme perché, come osserverà il suo attaché generale degli alpini “Voi giuristi e noi militari abbiamo sempre pensato che la disciplina ci esautorasse dalla noiosa incombenza della sensibilità”.

            Il film è, essenzialmente, pensiero e ricordo; nessuno di questi, tuttavia, fine a sé stesso, perché poi c’è anche da agire, nel ruolo pubblico e nella vita privata. Nel primo caso, si tratta di firmare, o meno, una legge sull’eutanasia che interpella la sua coscienza di cattolico e la sua visione del mondo, e due domande di grazia (o una delle due o nessuna di esse): casi complessi, sul crinale tra Diritto e Giustizia, che richiedono una decisione divisa tra rispetto formale delle regole e ascolto del senso d’umanità; e la soluzione finale contemplerà il colpo di maestro di un raffinato giurista positivo che sa  peraltro guardare alla ragione intima delle cose, che risiede nell’Uomo e implica lo sguardo sulla sua anima.

            Nel privato, si tratta per lui di sciogliere un nodo personale, vincere quel blocco psicologico, che nella relazione matrimoniale si era prodotto quarant’anni addietro e che sopravvive anche alla moglie Aurora, di cui è vedovo da otto anni, durante i quali non c’è stata elaborazione del duplice lutto: della sua perdita e del tradimento da lui patito; e dunque, si tratta di scegliere se rimanere ingabbiato nel suo passato o vivere pur sempre il presente, andando avanti.

            I fili conduttori dell’intera pellicola stanno in queste due frasi ripetute dal protagonista, “Io quando ricordo, muoio” (un singolare ribaltamento della più consueta prospettiva) e “Di chi sono i nostri giorni?”: frasi che s’intrecciano a fil doppio tra loro e s’inseriscono alla perfezione nella tematica dell’ambiguità della memoria, che “a seconda dell’uso” può renderci ricchi del nostro passato o poveri del presente e senza futuro.

            Morire nel ricordo struggente della moglie Aurora, smarrirsi nelle tracce di lei, nell’intatto guardaroba in mezzo ai suoi vestiti colorati di verde e d’azzurro – contrappunto al suo grigio-istituzionale che pervade tutta la vita del Presidente – sarebbe anche rinunzia alla risposta alla domanda “Di chi sono i nostri giorni?” e a riappropriarsi di questi.

            Lungo questo leitmotiv si dipanano altri pensieri, riflessioni, taluni espliciti altri soltanto sottintesi, sebbene a pelo d’acqua. Come la rilevanza – e la pregevolezza – del dubbio, che può insinuarsi e spesso, ad accoglierlo e darvi spazio, appesantire ogni scelta, procrastinare una decisione importante. Ma che nel Presidente De Santis, nel giurista, nell’uomo, costituiscono (non senza autocompiacimento: “Noi siamo eleganti, dirà di entrambi al Segretario Generale alla Presidenza”) stile di vita e virtù. La sua indecisione, infatti, non va letta come indole a sottrarsi alla responsabilità, ma offre un’altra chiave interpretativa, come intento di farsene carico sino in fondo, ovvero alla fine di un percorso personale di ricerca matura e introiezione.

            Così, pubblico e privato si fondono, inscindibilmente: rinviare decisioni di rilievo, per aver più tempo per meditare; il che rivaluta finanche la burocrazia. Il non affrettarsi a decidere non è più qui mancanza di coraggio; e l’opposto di quest’ultimo non è la paura, ma il dubbio. Il dubbio nel senso alto, come travaglio che poi produce il miglior risultato (relativamente) possibile.

            Dubbio etico, a cui è chiamato l’uomo e il Presidente, tanto per la legge sull’eutanasia che per la concessione dei provvedimenti di grazia. In entrambi i casi, sarà necessario, per dire così, un passaggio dentro la vita, un’esperienza di vissuto e conoscenza empirica: l’agonia e poi la morte del suo amato cavallo, rispetto alla questione dell’eutanasia; la scoperta dell’anima dei due condannati da graziare, che in un caso si realizza (simbolicamente) attraverso la visita della reclusa da parte della figlia (pur essa giurista e consigliori) del Presidente e nell’altro caso da parte del Presidente medesimo. Il quale potrà scoprire la verità, o almeno quella verità che può emergere nella cd. “evidenza”, sempre che l’evidenza sia qualcosa di raggiungibile.

            Ciò che risalterà da quel passaggio nel vissuto metterà comunque in luce, a specchio, tra i due condannati, una personalità “rotta, rotta dentro” (è la battuta a mio avviso più emozionante del film), che ha perduto la propria identità e che – in un gioco sottilissimo e raffinato tra apparenza e realtà, nonché tra il chiedere e l’attendersi – finiscono per costituire un monito, seppure nella siderale distanza delle rispettive vite, per lo stesso De Santis, in pericoloso equilibrio tra la rottura dentro di sé e la sua salvezza di uomo. L’opportunità per lui sarà data dall’amorevolezza della figlia, o dal figlio compositore di musica, o dall’interesse manifestatogli dalla bella ambasciatrice lituana o semplicemente dal sogno, soltanto. E lo salveranno?

            La conclusione del film lascia anch’essa il dubbio, allo spettatore stavolta, ma gli fornisce pure un’indicazione, perché le decisioni che alla fine prenderà il Presidente fanno pensare che egli sappia, in definitiva, orientarsi anche come uomo e che riesca a guardare il proprio passato in altro modo, starci dentro diversamente.

            Nonostante sia così profondo, e denso, il film riesce ad essere sempre scorrevole, quasi lieve.

            E, a proposito di lievità, quest’ultimo è altro tema rilevante del film, come il suo contrario: la gravità. Nella metafora dell’astronauta (che fluttua nello spazio in un viaggio che terminerà esattamente quando cesserà il mandato presidenziale), che attraversa la trama e il cui pianto è lo stigma del dolore dell’uomo lontano da tutto e solo. Le sue lacrime nell’astronave sono private del proprio peso sicché sono rese leggere, e il pianto nello spazio si trasforma per l’astronauta stesso in risata. Lacrime che, in collegamento video, vengono seguite da De Santis, il cui dito indice sullo schermo (un’immagine michelangiolesca), tende ad esse e con ciò al dolore dell’Uomo.

            Vivere senza il peso della vita: aspirazione massima di cupio di leggerezza, che indurrà il protagonista in un colloquio molto confidenziale a chiedere al Santo Padre (sorrentinianamente raffigurato in modo naïve, come un nero africano con i rasta): “Lei è mai stato leggero?”. Ed è straordinario l’intero dialogo tra i due (“il passato è il peso – dice il Pontefice – il futuro è il vuoto”; oppure: “Gesù evita accuratamente le risposte, così ci tiene in vita”).

            Il tarlo, tra gravità e leggerezza si ripropone anche nella domanda del Presidente all’attaché, al quale chiede: “Lei ha mai fatto una follia?” ottenendone una risposta di disarmante tenerezza, la confessione di avere, una volta nella vita, fumato uno spinello rinvenuto in un cassetto del figlio.

            Liberarsi dalla gravità, che è nella responsabilità delle azioni umane, non può essere tuttavia il frutto di una scrollata di spalle, al contrario solo il risultato di una scelta responsabile e matura. E pensata.

            De Santis avverte le insidie di ogni situazione. Per l’eutanasia, sa che “se non firmo sarò un torturatore, se firmo sarò un assassino”. E ci pensa ancora. Non sarà, tuttavia, pensiero sterile.

            Sul versante dei provvedimenti di grazia, mentre i due condannati chiedono – o semplicemente s’attendono – la liberazione, De Santis medita sul senso della libertà. “Alla nostra età la libertà non serve a molto. E poi la mia libertà si chiamava Aurora”. Lo stesso gli dirà, nella visita in carcere, colui che aveva soppresso la moglie malata di Alzheimer, a cui non sfugge la differenza tra l’una e l’altra, tra la condizione di venire liberati e quella dell’essere liberi.

            Ondeggerà Mariano De Santis tra assenza di peso e gravità come tra il rap che l’appassiona e i cori degli alpini che conosce a memoria. E avverte che questa altalena si colloca giusto su quello spartiacque che si chiama passaggio alla vecchiaia. La quale, in più modi, si fa presente: “Quando prego m’addormento” confida quasi ossessivamente, anche all’amica Coco, opposto del suo carattere e suo specchio. E che, sdrammatizzando, gli risponde per le rime: “Beato te … io per dormire ho bisogno di due sonniferi”.

            C’è una via catartica o, per lo meno, un modo per accomodarsi al meglio in una stagione dell’esistenza ormai priva delle passioni?

            Sì, esiste e dà pieno senso alla scelta del titolo del film, in cui la grazia è ambivalente allusione tanto al provvedimento pubblico che allo stato interiore del protagonista.

            La grazia come atto pubblico è già densa di valore simbolico, perché sta a significare la sospensione della rigidità della legge, la capacità di guardare il volto, di concedere una seconda possibilità. E si fa misericordia, ponderata responsabilità e rinunzia all’onnipotenza della legge. Sancisce che la legge resta, ma dentro ad essa entra l’umano.

            La grazia come stato interiore diventa riconciliazione con la propria storia personale, attenuazione della durezza, capacità di provare tenerezza verso sé stessi e gli altri. E dopo la guerra intima che ogni uomo inizialmente si dichiara, smette di combattersi. E la pace arriva, nonostante il lutto, i rimorsi, le occasioni perdute. Dove le passioni scaldavano, questa pace illumina. Alla fine della corsa (ecco perché ho scritto che questo è un film da vedere avendo la carta d’identità idonea), la domanda non è più “che cosa farò” ma “come starò dentro ciò che è stato”. La grazia allora è la possibilità di perdonare, perdonarsi, allentare il controllo, guardare con dolcezza a ciò che resta. Non è appassionata a cambiare la vita, né il passato. Si mette accanto. Come fa De Santis col cavallo morente, con la figlia, con i vestiti di Aurora.

            Ecco perché il protagonista dirà: “La passione …  ho trovato qualcosa che le assomiglia. La Grazia”. E cessa la sua insistente domanda “Chiedimelo” (una pretesa evidentemente dettata dalla mancata richiesta di perdono della moglie); perché la Grazia non va attivata dall’esterno, ma nasce dentro di noi.

            Quant’altro avrei ancora da dire di questo film, sul piano stilistico. Ma ne sento esentato, non avendo, al di là di una grande passione, alcuna competenza cinematografica. Piuttosto, mi andrò a leggere (ora sì che posso farlo, senza lasciarmene inevitabilmente influenzare) la critica del caro amico Valerio Caprara.

            Posso soltanto esprimere il mio personale giudizio sul fatto che quest’ultimo film di Sorrentino sfiora la perfezione assoluta, anche per tutti gli aspetti che strettamente appartengono alla confezione cinematografica.

            Tutto è studiato. Tutto è curato. Tutto è ben riuscito, oltre alla superba sceneggiatura.

            L’accurata scelta dei nomi (e nomignoli), mai neutra. La fotografia (indimenticabile per me quella della testa di De Santis, al di là della consolle, come fosse una statua di pietra); la scenografia, la recitazione (e non solo del sommo Servillo), la regia, il montaggio… E finanche le Sorrentinate (il papa nero, il drone dei Carabinieri, il rap) stavolta sono più misurate e, soprattutto, del tutto funzionali alle esigenze del racconto.

            L’amica che ha condiviso con me la visione alla fine mi ha chiesto: “Ma insomma, trovagli un difetto, anche piccolo”.

            E sia! Il monologo finale, un po’ troppo didascalico, che risente della preoccupazione di non essersi spiegato bene.

            Voto: Dieci meno.

7 Commenti

  • Bellissima! Un motivo in più per andare a vedere l’ultimo film del mio regista italiano preferito (Moretti a parte, ma è un antico amore col quale sono cresciuta)

  • Caro Roberto, le tue parole mi fanno desiderare di vedere il film: voglio lasciarmi attraversare da quella grazia interiore e dalla profondità che trasmette.

    • Volevo suggerire una funzionalità che sono sicura tutti apprezzerebbero: sarebbe bello ricevere una notifica automatica quando pubblichi un nuovo articolo.
      ​Hai già un sistema attivo, magari una newsletter via email o le notifiche push? Ci aiuterebbe a non perderci i tuoi aggiornamenti.
      ​Grazie per l’ottimo lavoro, Roberto!

  • Caro Roberto ti trovo perfetto nella veste del recensore. Ho voluto vedere il film il giorno prima di un viaggio e non ho avuto modo di soffermarmi sulle ragioni per le quali mi è piaciuto tanto ma lo hai fatto tu per me in maniera egregia.
    Tuttavia dissento in un punto nel punto in cui lo ritieni superiore alla grande bellezza…
    Io lo trovo forse più maturo ma la grande bellezza per me è un film impareggiabile…

    • Lo capisco e non mi meraviglia, conoscendoti: tu sei molto attenta alle emozioni e quindi La grande bellezza (spero al netto dell’ultimo quarto d’ora) ti è piaciuto di più. Stesso discorso per Parthenope, emozionante molto più che razionale.

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