Komandoo

K

Il mio amico, il signor R., ve l’ho già presentato in un altro post.

Mi fido di lui, nonostante quella tendenza all’integralismo, che gli nasce da una forte spinta a uno stile di vita onesto e un po’ severo, con sé stesso innanzitutto.

Ora, il signor R. mi ha raccontato, nel dettaglio, del suo ultimo viaggio e io l’ho ascoltato con interesse, e attenzione a quel suo punto di vista, che prova sempre a guardare le cose stando al di fuori del gregge. Perché, lui mi dice di sè: “Non è che non appartenga al gregge anch’io. Sai, non mi faccio nessuna illusione. Provo soltanto talvolta a fare qualche passo in là, per guardarlo muoversi e cercare di comprendere un po’ meglio, anche me stesso”.

Dunque, il suo viaggio: vi riporto solo alcuni stralci, tratti dal suo taccuino. Eh sì, perché per quanto egli mi racconta, con dovizia di particolari, io ho proprio la sensazione che lui prenda appunti, lungo la sua strada, come facevano viaggiatori d’un tempo: Goethe, Heine e altri, i quali si muovevano per conoscere, non per turismo.

Stavolta, più che della sua destinazione, per lui peraltro ricorrente e di cui in passato assai spesso mi ha detto, del suo mare d’inverno, in atolli che nel corso dei millenni hanno donato la vita, per subsidenza, a stupefacenti isolotti in cui si respira, al di fuori, il silenzio dell’oceano e si possono ascoltare i rumori che salgono, voci che altrimenti restano soffocate durante il resto dell’anno, da dentro di sé, stavolta – vi dicevo – mi ha raccontato, piuttosto, proprio del viaggio, inteso come trasferimento dal punto A al punto B: Napoli-Malé.

Si sposta in business-class. E lo capisco pure, che il viaggio è lungo e le disponibilità economiche non gli mancano; gli anni avvenire, semmai, quelli vanno vistosamente a scemare. Come per me, di pochi anni più giovane (o meno vecchio). Pertanto, qualche comodità in più non se la nega. Ma pure con i suoi sensi di colpa, perché non c’è ritorno e racconto che segue, in cui non mi faccia la solita premessa: “Capisci, tra mia moglie e me in una settimana ci siamo fumati una somma, con cui molte famiglie vivono un anno intero. E questo mi crea sempre disagio. Che non so se si riduce o s’accresce, per l’immancabile constatazione di non fare nulla di straordinario, ma ciò che invece appartiene oramai alle abitudini di tanti, perché aeroporti, voli per lontane località turistiche e pure nelle prime classi e nelle business, nonostante quel che costano, sono tutti pieni. È la società signorile di massa, come dice Luca Ricolfi”.

Quasi sempre la stessa, è anche la mia risposta, un po’ più cinica: “Finché non decidi di spogliarti dei tuoi beni, come San Francesco, tanto vale che i soldi tuoi te li spenda”. E sovente aggiungo anche il ricordo di quel che (senza aver avuto il tempo di farne lui stesso tesoro) diceva mio padre: “Gli unici soldi che si possiedono, sono quelli che vengono spesi”.

“Però capisci – torna a dirmi R. – che il fatto che ci sia gente, tanta, che può permettersi queste cose, non sta affatto a significare che le condizioni di benessere migliorano per tutti, ma che al contrario il mondo si spacca sempre più a metà, tra chi possiede il superfluo e chi manca del necessario”.

Ha ragione R., o perlomeno sono io a pensare che abbia pienamente ragione, sebbene non mi va di confessarglielo apertamente. È già caricato da solo delle sue inquietudini sociali, che pestare nel suo mortaio non mi appare opportuno. Piuttosto, lascio a lui la parola, ché è molto più bravo di me a raccontare, sebbene non voglia farlo sui social, per cui ha totale idiosincrasia. Sperando di saper riportare nel modo migliore le sue  note di viaggio, che a me sono sembrate, a un tempo, profonde e curiose.

“Allora, Roberto: bene, è andata bene come al solito. Quando arrivo nel mio isolotto, abitato da poche decine di persone in tutto, perché io scelgo ogni volta resort che mantengono le tradizioni maldiviane e non quelli colonizzati dalle grandi catene alberghiere di multinazionali, allora mi rendo conto di esser davvero partito, di stare lontano. E il tempo della mia permanenza è dimenticanza. 

Sono i giorni in cui, all’arrivo, si lasciano le scarpe davanti alla porta del Beach Villa e le si rimettono al momento della ripartenza, senza che per lo mezzo si calzino nemmeno le infradito (il motto è: If you’re not bare foot, you’re over dressed). Sono i giorni, allungati da un sole regolato da un’autarchica ora legale; del bagno in camera, a cielo aperto, in cui la doccia la si fa tra i fiori a forma di tromba dell’Ipomea e quelli bianchi o rosa dell’Hibiscus. Sono i giorni dei sorrisi gentili e delle voci basse di uomini e donne con la pelle nera e denti bianchissimi; dell’assenza assoluta di suoni dei telefoni cellulari. Sono i giorni in cui, dopo cena, ci si siede al bar per chiacchierare; e al mattino, alla prima colazione consumata al sorgere del sole, ci si attarda, che l’orologio non lo porti nemmeno al polso e, unico impegno, ci si sposterà dalla sala ristorante all’angolo di spiaggia e paradiso che ciascun ospite ha davanti al proprio bungalow. Sono i giorni, tutti per sé stessi, che se fossero troppi ti assalirebbe la colpa dell’egoismo, ma che, in una settimana nell’anno, sono lieta proclamazione del licet insanire, non nel senso di far pazzie, ma di ciò che semplicemente è fuori dall’ordinario. Sono i giorni, anzi le notti, in cui la Gracula religiosa e il corvo lucente, nascosti tra le mangrovie o le palme da cocco, fanno sentire il loro canto. E del mare, naturalmente, della barriera corallina, delle immersioni; e che te lo dico a fare: che queste cose le sai pure tu, come degli squaletti a riva, le tartarughe giganti, le mante e pure gli aironi cinerini.

Ma per arrivarci, quest’anno, in questo mio paradiso, ho vissuto un piccolo tormento interiore. 

Mancavo dai giorni immediatamente precedenti le chiusure disposte per il Lock down. Inizialmente, quando – molti anni sono passati – andai per la prima volta alle Maldive, viaggiavo in classe turistica. Un trip lungo, un po’ scomodo e un po’ faticoso. Ma appena si scendeva all’aeroporto di Malé pensavi proprio di stare da un’altra parte del mondo. Non per il posto solamente, per l’intera atmosfera. Qualcosa che spediva la mente a tempi di colonie, a territori selvatici, e a gente brava, con tanta voglia di lavorare e tanta speranza nel cuore.

Per arrivare alla meta, le mie tratte di quest’ultimo viaggio sono da Roma Fiumicino a Doha e di lì alla volta della capitale maldiviana. Ma già nella Longe della Compagnia aerea Qatar, nella nostra capitale, c’è quel lusso e quello spreco che più giovane mi dava qualche brivido e quella leggera sensazione di potere, ma che oggi mi lascia del tutto indifferente, anzi m’infastidisce. Non mi sento migliore perché spendo e ogni volta che vedo passare gli inservienti a raccogliere ciò che gli ospiti hanno magari appena assaggiato senza appetito, non posso non pensare che…”

“Ho capito, ho capito, che c’è chi muore di fame” lo precedo, tanto so bene dove va a parare.

“Ma quest’anno, lo sfarzo d’un mondo mediorientale opulento, che ci sta anche conquistando oramai – R. continua con le sue riflessioni – m’è sembrato troppo inquinante.

Longe che sfamerebbero interi paesi con cibo di cui forse la metà, se non più, a fine giornata viene buttata nella spazzatura, che sono organizzate in modo un po’ perverso, per dare ai visitatori-viaggiatori la sensazione di  apparire, di stare dalla parte giusta, cioè più fortunata, di vivere l’esclusività quando, esibendo il biglietto di classi superior, gli viene autorizzato l’ingresso tramite una porta, che si richiude alle proprie spalle…”

“Adesso però esageri R., sono anni che viaggi in business e frequenti questi luoghi. Sono sempre stati così – gli obietto – com’è che te ne accorgi ora?”

“Roberto, i ricchi ci sono stati sempre; sono, in un certo senso, un male necessario dell’umanità. Ma quello che si vede oggi è un’altra cosa. E quella piccola fetta dell’umanità, dedita a concedersi quello che va ben oltre il necessario, s’è oggi estesa a dismisura. La piccola cerchia dell’esclusività, allargandosi, ha cessato di esser tale, esclusiva appunto e, senza volerti sembrare drammatico, a me paiono metastasi quelle che si vanno producendo oggi, in coloro che si sono fatti ammaliare dal consumo e, solo un passo dopo, dallo spreco, togliendo alle cose il proprio essenziale valore.

E, comunque, io non lo sopporto più.

Vedi, è come mangiar carne per tutta la vita e d’improvviso rendersi conto che per la tua tavola è stato ammazzato un essere senziente. E rifiutarlo”.

“Sei diventato anche vegetariano, ora?” gli chiedo.

“Certamente, di cosa ti meravigli! Né sicuramente devo ancora sviluppare il mio organismo. Dunque, la carne, per me, a che pro?

Vediamo però se riesco a completare il mio racconto, senza più le tue continue interruzioni.

Dopo la Longe di Fiumicino, inizia il volo. In un aereo che è tutto una coccola. Piacevole allungare i piedi, stendersi su una poltrona che accoglie qualsiasi richiesta di posizione del tuo corpo. E bello esser accolti con un calice di champagne: sì, mica spumantino, che l’ho visto versato da una bottiglia di Perrier. Poi inizia il bombardamento, da tovagliette umide per rinfrescare il viso, ai cioccolatini, altro vino, con mandorle pizzute sgusciate, quindi la cena, con un numero di portate come ai matrimoni d’una volta e vino, quanti refil tu possa volere, e poi di nuovo cioccolato e altro altro ancora…

La mattina, si fa per dire ché è piena notte, ricomincia l’abbuffata. No, non ce la faccio proprio: solo un caffè e un po’ di frutta, per favore.

Me li porgono con un pesante tovagliolo. Ma che c’hanno messo dentro? Sono tre coltelli, due forchette e un cucchiaio. Per qualche boccone di frutta. Liberato dal suo peso, il tovagliolo mi mostra la sua chicca. Sulle prime mi sembra, in angolo, un forellino. Possibile, mi chiedo? Che in questo lusso un tovagliolo sia bucato, chiedo a Ersilia. Lei ride e mi schernisce. Macché, è un asola, per legarlo a un bottone. Utilissimo per te, che ad ogni pasto ti chiazzi come una carta geografica.

Ma io vesto una maglietta a giro collo, niente bottoni, dunque. Lo terrò presente per un’altra volta. È troppo che, per questo maledetto Covid, non viaggio e ho pure dimenticato cose fondamentali della vita, come l’asola del tovagliolo. Quanti danni abbiamo ricevuto da quel brutto periodo!

Non ti racconto di quello che è successo dopo, con lo scalo a Doha, uno dei più sfarzosi aeroporti internazionali nel mondo e poi nella seconda tratta di viaggio. Ti dico soltanto che giunti a Male, all’idroscalo per prendere l’idrovolante che doveva portarci all’isolotto di Komandoo, invece di quello che era poco più di un capanno, ho trovato un edificio di quattro piani, ipermoderno…

È arrivato il mondo civile, anche lì. O forse, solo lo sviluppo”.

“No, basta, fermati che s’è fatto tardi e devo andare a prendere mio nipote Enrico a scuola – gli dico temendo di non riuscire più a divincolarmi da lui. Vorrà dire che l’anno prossimo verremo con te, così mi rendo conto se tutto ciò che racconti è proprio oro colato”. 

 “A ventiquattro carati – risponde R. – a cui non fa difetto la battuta immediata. Che di oro indiano si tratta!”

2 Commenti

  • Caro Roberto, leggere la tua cronaca mi ha fatto pensare a quello che con un sorriso e piacevolmente ci volevi trasmettere: la felicità non trova corrispondenza nel mondo esterno, ma risponde a qualcosa di interiore che nel mondo trova una corrispondenza; la pienezza, la mancanza di difetti sconcerta perché rappresenta un velo sul reale e non la realtà . Il “ buco “ nel tovagliolo sarebbe stato “ vero” se non avesse dovuto adempiere ad una “ funzione”. Come diceva Lacan si ama “la mancanza” altrimenti che amore è? Anche le emozioni si attutiscono se rientrano in una routine e quel giovane in classe turistica che assisteva per la prima volta al trionfo della natura e si sentiva fiero del suo ingresso nella cerchia “ di chi può “ si emozionava certamente più del tuo amico. Ma il disagio di fronte al cibo sprecato dopo una forchettata distratta, fa affiorare che anche nella perfezione qualcosa non quadra: èl’Altro che ci abita che ce lo ricorda, seppure , a volte, fastidiosamente …

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