Il teatro di Giancarlo Cosentino

L'alienazione del bene (di Carmine Borrino)

I

        Emozionato. Sono andato via sabato sera, dal piccolo teatro San Luca di Pozzuoli, davvero emozionato. Duecento posti tutti occupati, com’era accaduto la sera precedente: la prima delle due giornate in cui è stato messo in scena il testo di Carmine Borrino “L’alienazione del bene”. Ad interpretarlo Giancarlo Cosentino, protagonista e mattatore, insieme a una brava Cinzia Mirabella, nel ruolo di Patrizia Senese, cameriera-badante-amante di Giancarlo, alias Attilio Cottone: anziano con voglia di vivere la vita che gli resta, concedendosi ciò (quel poco) di cui fino a quel momento non aveva potuto mai godere. Titolare d’un immobile e d’una modesta pensione sociale, comprende che per realizzare il suo intento deve alienare la sua casa d’abitazione. O meglio, la nuda proprietà, riservandosene l’usufrutto vita natural durante. L’acquisterà, con l’aiuto famigliare, un giovane, di poche risorse economiche e ancora senza una concreta prospettiva di utilizzo. Ma gli anni passano e le cose cambiano, il giovane entra più a fondo nella propria esistenza e il lavoro ottenuto, nonché la fidanzata incontrata, bussano, piuttosto imperiosamente, alla porta della casa di Attilio. Il quale, però, resta sordo alle aspettative dei due giovani e invoca il cosiddetto principio del pacta sunt servanda. Trascorrono altri anni. Le situazioni ulteriormente si modificano, nella vita di tutti e Attilio avrà dilapidato più o meno sconsideratamente il suo piccolo patrimonio…. Non cambierà invece la chiusura dell’anziano protagonista, l’arroccamento nella difesa della propria esistenza e sino alla fine egli griderà forte il proprio egoismo. Nemmeno tanto censurabile, tuttavia: che, in definitiva, ciascuno dei personaggi invoca il suo diritto a vivere una vita dignitosa.

         Così, le esistenze s’incontrano per scontrarsi, cozzano con forza, sia pure nel formale rispetto l’una dell’altra, in una “guerra tra poveri”, che per sopravvivere fanno molta fatica e ambiscono a un’esistenza che, senza il superfluo, si colori almeno una volta del sogno che si realizza, sia esso la casa dove cominciare una vita matrimoniale o sia invece la divagazione con cui concludere il proprio percorso terreno.

         A fare da sfondo, non come semplice cornice ma parte stessa di una condizione umana piccolo-borghese, piuttosto miserevole nelle opportunità economiche come nelle aspirazioni morali, la vita del condominio, con tutte le tipiche furbizie dei suoi abitanti: una comunità in cui oramai, nella realtà, piuttosto che condividere si cerca di ottenere soltanto il più possibile a proprio vantaggio. E la vita di Napoli, modernamente raffigurata in maniera asciutta e senza alcuna concessione oleografica.

         Ma condominio e localizzazione territoriale (direi: necessari, per raccontare ancorando il racconto ai suoi spazi più concreti) non limitano affatto l’ambito rappresentativo, che al contrario si fa universale e carico di simboli collettivi, i quali trascendono l’apparente minuzia del quotidiano. Simboli, che il titolo nasconde e rivela al tempo stesso, in un gioco continuo di alternanza tra la materialità e la spiritualità del vivere.

         “L’alienazione del bene” è perciò, a uno stesso tempo, vendita dell’immobile e rinunzia esistenziale al Sé, ovvero a quanto dovrebbe essere più proprio dell’Uomo e che Attilio vende – si potrebbe dire – per un piatto di lenticchie (vale a dire: viaggi e un po’ di sesso), estraniandosi dal mondo esterno e chiudendosi in sé stesso. E dall’uomo che era prima, coi suoi pregi e i suoi difetti (un vero rompiscatole, nel condominio), si distacca, uscendo dalle più semplici relazioni con gli altri. La partecipazione all’assemblea? Non gli interessa più. È l’acquirente che deve ora pensarci, colui sulle cui spalle egli ha scaricato il peso della sua esistenza. Come per gli oneri condominiali e le spese di manutenzione. Attilio ha così trovato il modo di sottrarsi ai suoi obblighi; ma forse senza rendersi conto che per tale via ha alienato, con la casa, anche la sua vita. E la vita giovane che – in un certo senso, al posto della sua – se ne va, non l’aiuta affatto a comprendere la portata simbolica di questo accadimento, nella sua scelta di alienazione. Al contrario, egli si chiude ancor più in sé stesso.

         Si tratta di una conclusione amara e straordinariamente contemporanea, di sconcertante attualità, che lascia poco spazio alla speranza. Giovani e anziani senza più alcun patto generazionale da mantenere e da custodire.

         Carmine Borrino, nel suo testo, chiaramente ispirato – sia pure con originalità e autonomia – alla lezione del grande Eduardo (ma non soltanto, ché sono leggibili anche pennellate scarpettiane)  forse maggiormente se ne distanzia proprio in questo, ma come sviluppo di una tematica adattata e confrontata coi tempi che viviamo oggi. E, purtroppo, l’attualizzazione della lezione del Maestro, è ancora più amara. Ma suona altresì come uno straordinario monito. E pur senza avere pretese didascaliche, interroga le nostre coscienze. Vogliamo davvero vivere la condizione – anzi, il paradosso, in una società sempre connessa – dell’egoistico isolamento in noi stessi?

         Eduardo, ho detto; sì, ci ho pensato durante l’intero spettacolo. I contenuti del testo mi ci inducevano. Ma non solo per questo motivo. Perché a calcare le tavole di quel piccolo palcoscenico c’era un attore grande, che oggi me lo ricorda come nessun altro.

         Giancarlo Cosentino, da anni Direttore della scuola di teatro del Diana, e la cui formazione rigorosa di attore inizia con l’Accademia Silvio D’Amico dove incontra tra gli altri Luca Ronconi e prosegue con la scelta e l’interpretazione di opere sempre raffinate e colte (come, di recente, la trasposizione teatrale di “Ferito a morte”), presenta non solo una completezza stilistica rara, ma anche doti naturali di chi sembra esser nato nella mangiatoia d’un palcoscenico. Impostazione, timbro e intonazione della voce, ritmo e cadenza, attacchi, arresti che caricano il silenzio,  ripartenze, pause “eduardiane”, uso del sottotesto, mimica facciale, orientamento degli occhi. Tutto, proprio tutto, mi pare non solo tecnica consumata ma immedesimazione nel teatro, come fosse il suo liquido amniotico. E mi sono incantato a seguirlo.

         Forse presenta un solo difetto: troppo bravo e anche colto, dunque esigente, per accettare qualunque pubblico, e insomma, di nicchia; quindi, per lui restano probabilmente inadatti quelle grandi sale e quegli spettatori le cui pretese, proprio Eduardo stigmatizzava senza troppa condiscendenza: “I napoletani a teatro vogliono lo spettacolo lungo, che inizia tardi finisce presto e costa poco”.

         Aggiungo, infine, che accanto a lui recita con notevole bravura e assoluta disinvoltura, come ho accennato, Cinzia Mirabella; e, nelle parti loro assegnate in commedia, Lorenzo Sarcinelli (figlio, anzi nipote d’arte) e Chiara Babo interpretano più che a dovere i rispettivi ruoli del giovane e della sua fidanzata.

         Un’ora e mezza di teatro vero. Altro che…

4 Commenti

  • Una riflessione molto coinvolgente. Sei riuscito a far emergere la forza e l’amarezza del testo, assieme alla magia del teatro di prosa.
    Leggendoti, ho quasi sentito vibrare l’energia dello spettacolo dal vivo, percependo le emozioni dei personaggi come se fossero davanti a me.

    • Grazie cara Alessandra.
      Ti confesso che per capire se uno spettacolo (al cinema, al teatro o dove altro sia) mi è piaciuto, attendo sempre le emozioni del mattino seguente.
      Se, senza chiamarle, vengono a trovarmi e mi parlano, allora so che mi è rimasto dentro qualcosa e insomma che mi è piaciuto.
      È successo proprio così anche stavolta!

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