IL SIGNORE DECIDE

(Elogio d’un fratello speciale)

I
Parlare di Enrico. Eh, ci vorrebbe un altro Enrico. Il suo intelletto, il suo cuore, grandi. Posso provarmici, solo perché sono frutto della stessa pianta, quella seminata da Corrado e Wanda, nostri genitori: Settimio nato nel 47, Enrico il 21 maggio del 1949, Titty ed io negli anni 50. Figli del dopoguerra: stimmate che resteranno impresse, come la cittadina dei primi anni di vita: una Benevento sana e alquanto arretrata, una enclave, che comunque rimane nel cuore, in quello suo in particolare, che non ha mai tagliato del tutto il cordone ombelicale con questi luoghi, tornando di continuo alla sua Vitulano, la campagna delle prime villeggiature di famiglia.
Rivisitare le nostre origini, e guardare col suo sguardo pensoso e poetico, lo stesso di papà, le nostre radici. Il suo legame con la terra, fortemente simbolico della sua esistenza come della sua professione: lui che curava con generosità, ma consapevole del limite, da medico, e che è poi alla terra che si ritorna e che è la terra custode della vita e della morte.
Già, il medico. Pochi come lui ad avere, sin da ragazzo, un’idea così chiara del suo futuro professionale.
Bene sarebbe riuscito in tutto, studente brillante che mirava solo all’eccellenza, ma la medicina era la sua chiamata, la sua passione. E la cura la missione. Percorsa e coltivata con successo, fino alla Cattedra universitaria dove lo portò il suo venerato Maestro, il professore Giuseppe Zannini; e poi, il proficuo rapporto con il collega major, Mario Santangelo. Quindi, le altre meritate affermazioni, la Direzione scientifica del Pascale, la Direzione di un dipartimento universitario, la presidenza del Cirb; e molto altro.
Ma il suo legame con la medicina stava più nel profondo delle pur ambite e gratificanti affermazioni professionali. E col mondo accademico e della Sanità nel nostro paese, a un certo punto il rapporto s’incrinò. La disillusione da un mondo non solo in cambiamento ma che proprio metteva in discussione i valori stessi che erano stati il motivo dell’idillio personale suo con la professione medica.
Qualcosa andava mutando in lui e non soltanto in lui. Poiché era arrivata al capolinea la concezione della medicina caritatevole e ciò che ad essa andava a sostituirsi non poteva piacergli. Allora, maturò la sua decisione e lasciò, con anticipo di qualche anno, sia l’insegnamento universitario che la professione libera, per dedicarsi, anima e corpo, ai diseredati del mondo, in Africa, ovvero alla missione a cui già da tempo aveva posto mano.
Con Elio Sica, il suo amico e promotore delle missioni sanitarie, erano stati intanto costretti a lasciare l’esperienza in Amazzonia e andarono in Africa, nel Benin. La storia di quest’umana avventura a servizio degli ultimi: poveri, mancanti di tutto, bambini affamati coi ventri gonfiati dall’inedia, affetti da malattie d’ogni genere, che erano già state debellate da tempo, anche semplicemente con l’uso di antibiotici, nel mondo cd. civilizzato, che però di loro non s’occupa: ultimi che trovano l’attenzione di Enrico e della sua opera davvero instancabile. Nasce un’associazione, i viaggi si susseguono con sempre maggiore frequenza, gli arruolati sono sempre di più. E lui c’è sempre, laboriosamente, finché, giunta questa leucemia assassina, che l’aggredisce pochi mesi fa, deve arrendersi, lasciar partire quelli che ormai ne seguono le orme.
Amazzonia, Africa, il suo amico Elio, tutto prende corpo in un racconto meraviglioso: racconto della sua vita e racconto letterario, quest’ultimo proprio col titolo “Elio”: storia di amicizia, amore, dedizione e virtù. Perché tra il tanto che era, Enrico poteva definirsi anche poeta e scrittore. Pur senza molto tempo per dedicarsi a questa, ch’era un’altra vena rigogliosa del suo essere, ha scritto, oltre a un delicatissimo libro di poesie, il racconto-diario che ho ricordato, entrambi attestazioni di grande pregevolezza letteraria. Del racconto io fui lettore in anteprima, capitolo per capitolo, insieme a qualche suo caro amico e consigliere. Io consigli non avrei saputo dargliene: solo la mia stupita ammirazione per pagine che mi facevano battere il cuore e l’esortazione a portarlo a compimento.
Elio ha visto la luce pochi mesi or sono e Enrico ha fatto appena in tempo, in una breve pausa d’aggressione della leucemia, a presentarlo a Milano il 30 gennaio scorso: per lui, fu un’intensa gioia. L’ultima, dobbiamo purtroppo dire.
Enrico è stato un uomo davvero speciale: intelligenza vivida, humor affilato, colto, profondo e sensibile, ma anche lieve, tante sfaccettature, fortemente seduttivo. Ma se è stato tanto amato è più di tutto perché aveva il cuore grande e ha saputo spenderlo bene. Certo, non è stato una persona facile.
Spesso visioni diverse diventavano motivo di conflitto, anche acceso per lui. E ha avuto tantissimi amici, ma s’è attirato anche inimicizie. Perché Enrico non era diplomatico o per lo meno lo era assai meno di quanto avrebbe voluto provare ad essere. E come lui stesso spesso ripeteva, un po’ a sua discolpa, “chi ha carattere, ha cattivo carattere”. E pure tra noi due vi sono stati momenti di forte incomprensione, di freddezza, di distanza. Ma da fratelli, ci siamo ritrovati più legati di prima. Ci siamo parlati in profondità, senza più bisogno né voglia di nascondersi. E mi piace ricordare quello che in questi ultimi anni è stato il frutto della nostra intima condivisione: la sua presentazione di due miei libri; la ristampa di un libro di poesie di papà, in cui curò una nuova prefazione all’opera; la gioiosa partecipazione all’idea di una raccolta dei modi di dire della nostra mamma, per cui ogni tanto ricevevo, anche in tempi recentissimi, durante la sua degenza in ospedale, una sua telefonata con la domanda: “questa espressione di mamma te la ricordavi? L’hai già inserita in raccolta?” E quando la raccolta vedrà la luce, anche questa avrà debito verso la sua curiosità e il suo desiderio di custodire le nostre comuni origini, e di tramandarle per chi ha avuto il senso maggiore della sua esistenza: i suoi due figli e poi i suoi cinque meravigliosi nipotini.
La famiglia è stata la sua roccaforte. Al di là delle vicissitudini, delle difficoltà nel capirsi e riuscire ad andare avanti e finanche della separazione delle strade, non ha mai perduto il senso più alto e profondo di ciò che con Marinì aveva costruito: Corrado e Riccardo, con Tiziana e Amanda e, tramite loro, Enrico, Edoardo, Emanuele, Nicolas e Tommaso.
E poi, con Bianca, una nuova unione, coi figli d’Africa, loro figli.
Da queste roccaforti, in cui non s’è mai rinchiuso, un grande amore per il prossimo, l’empatia prorompente, di chi vuole rimanere continuamente in contatto con gli altri. Fino all’ultimo istante della sua esistenza. Basta leggere, come avrete fatto in tanti, i suoi post-diario della sua malattia, e la risposta di centinaia di amici al suo congedo su Facebook, per comprendere non solo quanti corpi abbia curato ma anche quanti cuori ha saputo toccare.
La nostra mamma diceva, ogni tanto, di qualcuno che spendeva la propria vita nell’amore, “Si vede che ha Dio davanti agli occhi”.
Enrico ha fatto tesoro di questa osservazione, l’ha resa messaggio, l’ha tradotta nella sua vita. Ha guardato Dio. Nelle opere, molto attivamente. E quando le opere non potevano più essere compiute, quando la malattia lo ha privato delle forze fisiche, non ha sprecato quel che restava del suo giorno, ha continuato a vivere, come in un verso d’una poesia di papà, la sua “piena ora solare”. L’ha fatto nella preghiera, a cui richiamava tutti dalla sua camera d’ospedale. Traboccante di fede e rimettendosi alla volontà del Signore.
Il 4 febbraio, desiderando tra l’altro ancora una volta riunire il suo curante Nando Frigeri e tutto il suo staff nel suo ringraziamento, al quale oggi tutta la famiglia s’associa con sincera riconoscenza, scriveva:
“Durante questa battaglia così dura nella quale ho avuto accanto medici straordinari e una montagna di affetto, persone e cose delle quali ho ancora bisogno, vi prego di continuare a sostenermi. Il Signore … il Signore decide”.

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