
Dopo il doloroso rinvio del matrimonio del figlio di Netanyahu, ieri si contano tre vittime nella chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza. No, per carità, non è che io voglia mettere a paragone, nemmeno a servizio dell’ironia, una cerimonia nuziale con la perdita di tre vite umane. Ma nemmeno penso che – ferma la sacralità di ogni esistenza – quest’ultimo episodio sia comparabile con l’attuale bilancio di oltre 40.000 morti, di cui 13.000 sono bambini: un dato che schianterebbe ogni coscienza e che si può sopportare solo grazie a meccanismi psicologici difensivi in forza dei quali si riesce ad andare comunque avanti. Questo, almeno, per chi una coscienza ce l’abbia.
Sento però di dire che gli “ora basta” che ieri, dopo l’ultimo accaduto, si sollevano, ovviamente e comprensibilmente in particolare dal mondo cattolico, sono più forti che in passato.
Possibile?
Possibile che tre morti scuotano più di 40.000?
Possibile che il fatto che siano cattolici ci appeni più di quanto non sia successo al sentire che TREDICIMILA bambini innocenti (innocenti, è ovvio, ché non possono esservene di colpevoli) siano stati trucidati, i loro corpi dilaniati strappati alle madri, ammesso che le loro madri siano loro sopravvissute?
Non vorrei prenderla in considerazione, nemmeno come remota ipotesi. E spererei di sbagliarmi.
Tra l’altro non si può sottacere il fatto che la Chiesa cattolica sia stata una delle pochissime voci e forse sia rimasta pressoché l’unica autorevole a dire parole forti contro le guerre, e contro questa guerra che è la più efferata, non solo per i mezzi impiegati ma anche per il suo scopo genocida.
Parole forti quelle di Papa Francesco. E anche Leone XIV esprime ferme condanne.
Eppure, oggi come duemila anni fa ai tempi dell’eccidio di Erode Ascalonita, la morte dei bambini suscita minori reazioni. Accadde anche allora, con tutta probabilità, e finanche tra i cattolici l’unico evangelista a parlarne è Luca (detto il vitello), forse dal cuore più sensibile.
È sbagliata – dovrò confessarmi? – la mia sensazione che il mondo occidentale, in quanto (in prevalenza) cattolico, oggi si senta più scosso?
È brutto pensare che, almeno sul piano simbolico, si sia attivata la cinica regola del not in my backyard?
Chiudo gli occhi e con l’occhio dell’immaginazione provo a vedere la sterminata distesa di TREDICIMILA bambini senza vita, che si sono portati via con sé anche la speranza di futuro di un popolo intero.
La nostra sconfinata indignazione nasce a difesa della Palestina, del mondo arabo, o di cosa?
Fossero stati ebrei, cinesi o australiani, il mio sentimento sarebbe stato assolutamente identico. Perché, più d’ogni uomo, i bambini hanno diritto alla vita e al futuro.
Se l’indignazione di ieri fosse la goccia con cui trabocca un vaso colmissimo di efferata crudeltà, ben venga pure, naturalmente.
Ben venga qualunque cosa che faccia cessare le guerre, purché non siano armi e altre guerre.
Ma non dimentichiamo quei bambini. Non declassiamo il dolore e l’indignazione che deve insorgere da quello che è stato fatto loro al di sotto di qualsiasi altra cosa. Che nessuna cosa può essere più grave di quella. Nessuna, più insopportabile per l’Umanità, e nessuna più insensata, come tagliare il ramo su cui si sta seduti.
