Su Corsera leggo oggi il titolo di apertura:
«Usa-Russia, minacce atomiche».
E il catenaccio, sotto, aggiunge:
Trump: «Da Medvedev dichiarazioni idiote e incendiarie. E schiera due sottomarini nucleari».
Ogni giorno, da qualche anno, per l’uno o l’altro dei principali territori di guerra, si parla di escalation e si profila la minaccia nucleare. Sarà reale o infondata? O faremo l’al lupo al lupo e, tante volte annunziata, essa ci sorprenderà quando meno ce l’aspettiamo? Chi può dirlo?
Continuo a ripetermi che la Russia, con l’attacco mosso all’Ucraina, ha commesso un atto di prepotenza militare, che resta ingiustificabile anche qualora potesse aver avuto (come ritengo che abbia) qualche ragione, a monte.
Dovremmo vivere un tempo – l’Umanità avrebbe dovuto maturare il tempo – della consapevolezza che nulla si risolve con la violenza.
Detto ciò, confidando di aver ben chiarito da che parte sto in quel conflitto, viene da questa lettura a trovarmi un altro pensiero.
Ma com’è che la Russia (già l’Urss) gode, si fa per dire, di tanta diffidenza da parte di gran parte del mondo e pressocché di tutto il mondo occidentale di cui, geograficamente, farebbe pur parte, in parte?
E come ciò è possibile se, in definitiva, dall’ultima guerra, ovvero dalla Seconda guerra mondiale, essa è uscita vincitrice?
La Storia non la scrivono forse i vincitori? Vale anche per l’Urss e poi per la Russia e, se no, perché no?
La Russia – o meglio, l’Unione Sovietica – è stata, sì, uno dei vincitori di quel conflitto mondiale. Eppure, credo non sia sbagliato affermare che non abbia partecipato davvero alla scrittura della storia, almeno quella che ci è stata raccontata in Occidente.
Quali vincitori, allora, hanno scritto la nostra Storia?
L’egemonia culturale, cinematografica, mediatica del dopoguerra è stata chiaramente angloamericana.
Sappiamo tutto del D-Day, di Pearl Harbor, della liberazione dei campi da parte degli Alleati.
Ma pochi – fuori dalla Russia – parlano della Battaglia di Stalingrado (pur ritenuta da autorevoli storici come la più importante e strategica della guerra) o dell’Armata Rossa che per prima entrò ad Auschwitz.
Dopo il 1945, la Guerra Fredda ha riscritto i ruoli: il vecchio alleato è diventato nemico ideologico, e così la memoria della vittoria sovietica è stata in parte rimossa, o almeno relegata a una dimensione “altra”, separata, quasi sospetta.
Beninteso, l’URSS ha avuto un ruolo decisivo anche nella ridefinizione geopolitica dell’Europa. Ma non ha vinto la guerra delle narrazioni.
Non ha saputo – o voluto – costruire un racconto universale. Ha parlato ai suoi, non al mondo.
E chi non racconta, non resta.
In questa rimozione, forse, si nasconde una delle radici dell’astio ideologico e culturale verso la Russia: una ferita antica, quella di essere stati vincitori ma invisibili nella memoria collettiva globale.
Forse oggi, nel rumore delle nuove guerre e dei nuovi odi, quel rancore muto per non essere stati invitati al tavolo della memoria si è fatto geopolitica.
Non sto giustificando nulla, lo ripeto nuovamente. Ma capirne le ombre, a volte, aiuta a riconoscere il passato che ancora non abbiamo davvero letto.
(Nella foto: la battaglia di Stalingrado, 1942)

