Nella casa della dottoressa Alaa al-Najjar, a Khan Younis, la giornata comincia di buon ora, come nelle famiglie molto numerose: con una sinfonia disordinata di voci, zaini, scarpe spaiate e piccole contese per il bagno. Ma è confusione nell’amore. Alaa ha imparato l’arte dell’organizzazione, forse per istinto prima che per necessità: sa dosare i turni in ospedale e quelli a casa, con quella capacità che un soffio, forse divino, dona alle madri che lavorano e amano.
Yahya, il figlio più grande, già aiuta a tenere d’occhio i fratelli piccoli. Ha dodici anni, ma parla con il tono responsabile di chi sa che sulla striscia di Gaza la vita va di fretta. Gli piace disegnare e ha appena colorato un quaderno pieno di fumetti, dove lui è un supereroe con il camice, proprio come la mamma e il papà.
Rakan e Raslan, gemelli di dieci anni, sono inseparabili: uno ripete sempre “sì”, l’altro gli risponde sistematicamente “no”, eppure finiscono sempre per volersi bene, con la testardaggine di chi non sa vivere l’uno senza l’altro.
Gubran ha una passione per la matematica, ha già imparato a contare fino a mille. Dice che da grande costruirà case “che non crollano mai”.
Eve e Revan sono due nuvole leggere, con i capelli sempre spettinati e le ginocchia perennemente sbucciate. Una vuole fare la maestra, l’altra la cuoca: il loro sogno è aprire una scuola, mensa inclusa.
Sadin e Luqman, i più piccoli tra i fratelli maschi, sono esperti in agguati, lanci di cuscini e nascondigli per i biscotti. In ogni stanza per loro ci sono basi militari segrete, sotto coperte mantenute con le mollette sulle spalliere di quattro sediacce in legno.
Sidra è la più piccola. Tre anni, forse. Dorme abbracciata al suo peluche Cane Rosso, e non va mai a letto senza una ninna nanna, cantata da un fratello, o un altro.
E poi c’è Adam. Il suo nome, nella Bibbia e nel Corano, è quello del primo uomo. Sarà il solo rimasto. Come se il tribunale della vita lo avesse condannato al peso di una memoria che nessun bambino dovrebbe mai portare sulle spalle.
Il padre, Hamdi, è noto per la sua calma. Si dice che non alza mai la voce, nemmeno quando tutti e dieci gridano insieme e così forte che a lui sbattono le tempie. Torna dal lavoro con le tasche piene di caramelle, e una volta al mese prepara il thè con le spezie, “come faceva sua madre”.
È una famiglia caotica, sì. Regole non è facile porne e meno ancora farle rispettare. Ma è solida, come una roccia in mezzo al mare, che sta poco lontano da casa. Vivono tra l’odore del pane caldo, le risate, i compiti sul tavolo, le recite improvvisate in salotto con vestiti cuciti alla buona da Alaa e la fatica di chi sa che la felicità, soprattutto in questi posti, va costruita ogni giorno. Anche sotto le bombe.
Qualcuna è già caduta accanto a loro. È come un cattivo sogno quell’andirivieni, che segue gli scoppi, di uomini e donne e bambini coperti di sangue: madri che abbracciano figli esangui e figli che provano a risvegliare le madri. E c’è polvere ovunque. La polvere delle case che si mescola alle polveri di coloro che fino a un istante prima erano vivi.
Ma oggi una bomba ha scelto la loro casa e s’è andata a prendere Yayha e otto dei suoi fratelli. Tutti strappati via come erba selvatica.
Adesso, di quella casa restano solo macerie. Gubran aveva chiesto il giorno prima alla mamma: “Domani mi porti all’ospedale, con te?”
E lei: “No, amore. Domani è giorno di scuola. Ma domenica sì. Domenica vieni con me.”
La domenica che non è arrivata. La settimana della vita si è spezzata in due parti. Le si è affondato dentro, con un taglio chirurgico, un bisturi privo di senso, senza scopo. Che vuol sopprimere, coi nove fratellini, il futuro dell’Umanità.
Con l’esposione, che è solo disperazione, sale un pulviscolo in cielo. Lì, in quel pulviscolo, qualche pezzo di cuore, e dentro ad esso il sentimento di Sidra, la più piccola dei fratellini: che spariscano tutti gli uomini, di qualunque razza e colore, che fanno lanciare bombe sulle case dei bambini.
In mezzo a quella polvere, Hamdi non piange. Non avrebbe come distribuire le sue lacrime e non sarebbero mai a bastanza.
Ma rilegge, nel foglietto spuntatogli dalla tasca del pantalone, quella frase detta dal Dio di un suo amico buon cristiano, quel tale Gesù: Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace.
E in un istante muto, tra le grida della guerra, Hamdi viene raggiunto da un sussurro. Il sussurro della pace.

La banalità del male al quale ci stiamo orribilmente abituando
Proprio così, caro Enzo, e vale ancora una volta il pensiero di Hannah Arendt, che il male è frutto della micidiale combinazione di routine burocratica (inclusa quella del legislatore) e assenza di pensiero critico.
Grazie!
Racconto stupendo ma colmo di una tristezza infinita,ai tanti perché che ci poniamo con tantissima desolazione non ci sarà data mai una risposta. Non penso che riuscirei a sopravvivere a tanto dolore 😞