Carosello napoletano

(di Guido Trombetti)

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Ai miei pochi, ma attenti lettori su Facebook e su questo Blog non sarà certo sfuggita la mia ammirazione per un uomo che sa coniugare la matematica con la letteratura, la passione di tifoso con quella per l’arte, l’algoritmo con il calcio, la capacità di una visione moderna delle cose con la suadente nostalgia verso ciò che rappresenta le proprie origini, soprattutto quando si tratta della sua Napoli.

Guido Trombetti mette insieme tutto ciò nella sua ultima fatica letteraria (fatica, si scrive per dire, perché è palpabile come lui ci sguazzi dentro con gran piacere) che da poco ha visto la luce editoriale per i caratteri di Rogiosi, con il felicissimo titolo di Carosello Napoletano.

Abbiamo da tempo fatto esperienza di due modi per raccontare Napoli: prendendone il colore, oppure la sostanza. In Carosello napoletano non si cerca la cartolina, non si scivola nel folklore, si evita la sociologia d’accatto e il sentimentalismo: nessuna retorica, insomma.

La narrazione si svolge per frammenti (racconti, scene, episodi, figure), a comporre un mosaico coerente e insieme mobile, ché Napoli, come ben sappiamo, è città che non si lascia stringere in una definizione univoca.

Il “carosello” del titolo non è solo metafora: è struttura. Napoli gira, ruota, ritorna. E ogni giro porta lo stesso paesaggio con una luce diversa.

 Qui la città, secondo una tradizione letteraria alta, in cui Guido Trombetti s’inscrive seppure conservando la sua peculiarità, si trasfigura da mera ambientazione a personaggio totale: un organismo in cui mito e cronaca, sacro e profano, farsa e tragedia non si alternano, ma coesistono. Non si cerca una spiegazione, semplicemente perché si ha la consapevolezza profonda che la città non è “spiegabile”, piuttosto da interpretare, ascoltare, attraversare.

 E mi sembra di poter affermare che in questo scorrevole testo si scorgono tre grandi registri, su cui Trombetti lavora con precisione, quasi come su di uno spartito musicale, ovvero Napoli come mito civile (Maradona, San Gennaro); Napoli come teatro sociale (manifesti, soprannomi, strade, tipi umani) e Napoli come nostalgia e ferita (infanzia, perdita, tempo che corrode).

Queste tre dimensioni peraltro non vengono trattate separatamente: è proprio il loro impasto a generare la forza del libro, in cui il lettore si trova a salire e scendere, d’un tratto, passando da periodi lineari a improvvisi affondi lirici.

Un esempio (che poi il libro dovete leggerlo): la straordinaria novella “Le zoccole”, in cui racconto e riflessioni è come se si svolgessero nel tempo della “spazzatina” che il portiere del palazzo nei pressi del largo Corpo di Napoli, don Tommaso (e all’epoca il titolo si tributava proprio ai portieri), compie svogliatamente per scacciare i ratti (“Povere bestie, pure loro anna campá”). Quanto ci sarà di vero, in quella che definirei senza esitare come alta letteratura, non mette conto di stabilire, anche perché il sospetto che si sia dato spazio all’immaginazione nasce dall’excusatio non petita nella citazione di Annie Ernaux, la cui impressione è che “riportare alla luce fatti dimenticati non … venga così facile come inventarli. La memoria fa resistenza”.

 Un’altra caratteristica di questo narratore mi ha colpito. Che in una prosa chiara, quasi classica, accompagnata da un lessico curato ma mai esibito, l’orecchio dello scrittore sempre teso al motore del ritmo sicché il testo accelera quando racconta e rallenta quando medita, il timbro narrativo è caratterizzato dalla sobrietà emotiva. La commozione arriva, ma in maniera disciplinata.

Questo conferisce alla scrittura una qualità rara in molti libri napoletani: il pudore.

E proprio in questo pudore nasce la credibilità: Trombetti, l’amico Guido, racconta con un tono da testimone, da uomo che ha visto e non deve più convincere nessuno.

Così, i racconti si snocciolano uno dopo l’altro (e purtroppo si gustano nel solo giro di un paio d’ore, lasciandoti con l’appetito, ma pieno di sapori): Maradona, come mito etico, il cui corpo subisce (falli) e si rialza sempre (senza mai protestare); Il miracolo di San Gennaro, presentato con intelligenza anti-oleografica: la grande liturgia popolare in cui si incontrano fede, scienza, scetticismo, bisogno sociale e il santo è la figura attraverso cui Napoli continua a dirsi: “possiamo farcela”; I manifesti funebri, quelli murali, veri e propri archivi di antropologia: soprannomi, formule, titoli, sottotitoli, linguaggio popolare, ovvero una specie di epica povera; L’uosso ’e presutto, eufemismo (ah, ma oggi è d’obbligo dire understatement!) per la pistola che irrompe nel racconto come un vero colpo di … scena; Enz, vera e propria (re)immersione nel mondo dei ragazzi che fummo, tutti a correre dietro un superflex su campetti arrangiati in cortili o angiporti; Una storia vera (ma se ne potrebbe dubitare), da un concepimento in Villa Floridiana fino alla nascita, per l’improvvisa rottura delle acque della gestante, presso lo svincolo della tangenziale del Vomero, e sullo sfondo il carcere come luogo fisico e condizione metaforica; il Lockdown, quando Napoli sparisce, non ha più nulla da mostrare e l’assenza campeggia come un’inquadratura narrativa: via Acton, San Pietro Martire, il silenzio; Il lavavetri: la figura forse più letteraria della raccolta, testimonianza tragica e poetica,di una vita sospesa ma con un progetto per il futuro. E ancora gli altri, non meno ricchi di senso e di domande: perché non esistono, propriamente, itinerari letterari campani? Cosa significa per davvero fare “quattro chiacchiere”? A tutto questo vengono inframmezzati luoghi, carichi di storia personale dell’Autore: Santa Lucia, Mergellina, Mezzocannone, Forcella, il Vomero…

Carosello napoletano è un libro che riesce dove molti altri sono falliti: parlare di Napoli senza trasformarla in “tema”, senza usarla come pretesto, senza venderla come prodotto. E ciò, anche grazie al fatto che Trombetti possiede senso della misura, una memoria autentica, la costante e vigile capacità di rendere simbolico il dettaglio e su tutto – come una spolverata di pecorino – uno sguardo partecipe ma non complice né giudice. Sicché, la Napoli del libro non è né “maledetta” né “miracolosa”: è umana, contraddittoria, teatrale, struggente, come quella vista dagli occhi di John Turturro e Mario Martone, che vengono evocati nel suo testo.

Per leggere il libro lo sforzo è minimo a un prezzo modico: basta andare in libreria o, se siete più pigri, ordinarlo su Amazon. E vedrete che tornerete a leggerlo più di una volta!

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