
Mi hanno scritto in privato, diversi amici, per chiedermi come mai non commentassi la vicenda delle gemelle Kessler, “le gambe” d’un Italia che fu e che quelle gambe, per metterle in mostra, dovette velarle con calze di seta scura.
«Non me la sento – avevo risposto – di parlare di una vicenda così intima, personale. E nemmeno della questione che essa si porta a strascico e ha acceso un fuoco di commenti e, subito, di discussioni, spesso polemiche: una questione di portata generale, come quella del cosiddetto diritto di autodeterminare la fine della propria vita, non può trovare in un Post, su Facebook e nemmeno su un Blog, lo spazio nemmeno per essere accennata nel merito. D’altronde, la stessa morte volontaria (anche a prescindere dal fatto che sia o meno “assistita” dallo Stato) è in sé, per ricordare le parole di Leonardo Sciascia, uno dei veri grandi problemi esistenziali dell’uomo.
Certo, la vicenda carica di domande tutti coloro che ne sono venuti a conoscenza. Per lo meno su quattro distinti, ma connessi, fronti: il suicidio, in questo caso congiunto e ben pianificato; il ricorso all’assistenza di uno Stato che, in Germania, consente questa specialissima libertà (non chiamiamola diritto), di dire basta alla propria esistenza e farlo (e qui piuttosto c’è la posizione giuridica di una legittima pretesa verso lo Stato stesso) col sostegno di questo; farlo come soluzione, in sostanza, per liberarsi, ancora in buona salute fisica, del peso della vecchiaia e, molto probabilmente, dell’eventualità – meglio, per una delle due, la certezza – di dover affrontare il dolore di una perdita immane, ovvero quello di una gemella omozigote, compagna dall’utero materno e della vita intera, in ogni momento, in ogni esperienza e in ogni scelta; la volontà (se volete forse l’incapacità, ma non sta a noi dirlo) di non accettare il tramonto: magari non solo anagrafico, ma anche di una vita sotto le luci della ribalta. E può essere difficile abituarcisi (ricordate Gloria Swanson in Viale del tramonto?) senza patire la solitudine del dopo, del successo passato, ridottosi solo a lontano ricordo. I belletti di un tempo, da tempo, per loro rigano ormai volti pieni di rughe, senza poter più coprire, senza riuscire a mascherare.
E infine, c’è il tema che è rimbalzato tra tanti commenti, anche ovviamente quelli stucchevoli della politica: quella che oggi resta sempre inerte, si limita ad attendere qualsiasi evento, per cavalcarlo con fiumi di parole e dopo non fare assolutamente nulla. Sicché, ogni questione diventa di principio, nato occasionalmente al mattino e che dura fino alla sera del giorno stesso; da ogni accadimento si pretenderebbe di affermare una regola, beninteso una qualunque, da un lato, e una qualunque opposta alla prima, dall’altro lato, secondo convenienza e schieramento. È così che accade, sapete, anche quando i temi affrontati e la posta che si rischia di mettere in gioco sta a un livello alto, il più alto che può riguardare ciascuno di noi: la vita e la morte.
Allora, se ne sto scrivendo, non è per aprire, clandestinamente, la porta delle case comunicanti di Alice e Ellen, sbirciare dal buco della serratura, tanto meno per scrutare nei loro sentimenti, nella – sempre tra loro congiunta – volontà delle gemelle e nelle motivazioni che le hanno spinte al gesto; anzi, no: non “gesto” – ché così non mi pare si possa chiamare, non essendo più il tempo per definirlo in tal modo riduttivo, né tampoco, come una volta spesso si diceva, l’insano gesto – ma la decisione e l’atto, che la loro decisione ha auto-eseguito.
Restando fuori da quella porta, in silenzio, posso solo affermare che, senza necessità di andare a ficcanasare in casa loro, la costoro fine non soltanto merita tutto il dovuto rispetto, ma non può che definirsi anche poetica.
“Se ne sono andate – per parafrasare Herbert Pagani – in silenzio perfetto, lasciando soltanto due corpi nel letto”. Disponendo la loro cremazione, e che le proprie ceneri, quelle dell’una e quelle dell’altra, vengano mescolate insieme per essere raccolte in unica urna (sarà magari l’estremo e illusorio tentativo – come si direbbe in termini psicoanalitici – di fondere simbioticamente il Due in Uno, eliminandone le differenze), Alice ed Ellen penso che abbiano saputo dimostrare il più alto e nobile senso dell’Amore, per la sorellanza, e per la Vita.
E se, una efficace coreografia (in tanti ne hanno parlato così) ha sancito la loro definitiva uscita di scena, non possiamo non osservare come essa sia stata di gran classe, degna chiusura all’altezza di uno spettacolo durato la loro vita. Dunque, chapeau gemelle!
Lasciamole allora tranquille, non ci occupiamo morbosamente del resto, dei “dettagli” di motivazioni o tanto meno, come suol dirsi, “dei particolari in cronaca”. Meritano, lo ripeto, il nostro silenzio. Per chi crede, la nostra preghiera. E, come scrisse per sé stesso Cesare Pavese, sul crinale del suo passaggio più decisivo, “per favore, non fate pettegolezzi”.
L’altro aspetto: il caso da cui si vorrebbe trarre la regola. Facile preda di coloro che con questa morte nobile e spettacolare vogliono ammantare la loro battaglia per l’autodeterminazione di porre fine alla propria esistenza.
Le problematiche del fine-vita sono da anni dibattute in sedi scientifiche, etiche, teologiche e – assai meno – in quelle politiche. Si contrappongono, in linea di astratto principio, istanze altissime di umanità e giustizia, quali quelle del rispetto della dignità della vita, nel suo contenuto che la renda degna di esser vissuta e quelle della sacralità della vita stessa come dono di cui non si può tuttavia eticamente disporre. Difficile dare, finanche astrattamente, ragione all’una o all’altra, senza guardare al caso concreto. Perché è in questo che si può trovare il limite soggettivo e, nel contempo, il significato più profondo della vita di e per ciascuno. Ancor più difficile, in conseguenza, è trovare il punto di equilibrio per una disciplina normativa, la quale per definizione tende a distaccarsi dalla situazione contingente.
Certo, a nessuno può sfuggire chela vicenda delle Kessler sia lontana mille miglia da situazioni, ad esempio, come quella di Welby o di Luana Englaro. E non distinguere non giova; anzi, porta tanta confusione e, nella confusione, allontana dalla soluzione della questione. La quale, per gli anziani, che sono la più parte del mondo occidentale, si fa avanti con prepotenza e non la si può ignorare, stretta tra le difficolta pubbliche crescenti del Welfare e quelle private della solitudine.
L’ho detto: io in proposito non mi pronuncio; non qui, per lo meno. Ma una considerazione mi sento di farla; anzi, mi pare proprio doverosa. Non si discuta mai di questi temi sull’onda di emozioni, fossero anche le più rispettabili. Lo si faccia, piuttosto, con razionalità. Accompagnata dal sentimento, certo, ché è quello che ci rende umani. E che va tenuto distinto dal subbuglio emotivo che una vicenda, nel bene o nel male, possa creare.

Per me hanno fatto bene, solo rispetto, amore, riflessione e silenzio da parte nostra,se proprio dobbiamo lasciare un pensiero personale.
Certo, e noi le rispettiamo.
Condivido pienamente le tue riflessioni, Roberto. Trovo che la decisione delle Kessler sia stata un gesto di grandissima libertà e la più sublime espressione di amore e sorellanza. La loro uscita di scena, coronata dalla scelta di mescolare le loro ceneri, è profondamente poetica. Non un semplice atto, ma una manifestazione di piena autodeterminazione e dignità, un finale coerente e degno della loro intera vita. A loro, in questo momento, è dovuto solo il nostro profondo rispetto.
Ho vissuto l’esperienza di due sorelle, rimaste nubili e che, pur non essendo gemelle, hanno vissuto una vita gemellare. Ero affezionato a loro come fossero mie zie. Vivevano nel mio palazzo. SI chiamavano Olga e Dora Abignente. E, pur avendo 27 nipoti di sangue, dicevano che io per loro ero il 28simo. La seconda, di pochissimo più giovane (poi, soltanto, appena meno anziana) riuscì a sopravvivere pochi mesi alla prima. Mesi, nei quali conobbi la sua sofferenza, muta e dignitosa, che provai anche un po’ a consolare. Poi, se ne andò. Erano entrambe profondamente cattoliche. Mai avrebbero pensato a una soluzione come questa. Facevano di ogni atto della loro esistenza la Volontà di Dio.
Provo rispetto per loro come per le Kessler. Perché penso che in entrambi i casi vi sia una scelta etica. Perciò, nel Post, ho scritto che è indispensabile guardare al caso singolo: senza etica, si rischia di smarrire il valore della vita, come che la si voglia vivere individualmente.
Grazie per aver condiviso il ricordo di Olga e Dora. La loro storia è toccante: due vite intrecciate nella fede e nella dedizione, con un modo raro di affrontare la fragilità. Capisco bene perché tu le senta ancora così vicine.
Hai ragione: la loro scelta e quella delle Kessler nascono da un’etica profonda, pur con visioni della vita diverse. Ogni decisione porta con sé una storia unica, e il tuo invito a guardare ai singoli casi, senza trasformarli in simboli o bandiere, restituisce a un tema delicato tutta la misura e l’umanità che merita.
Io ricordo solo gli occhi di mia madre e il suo corpo scheletrito, scavato da una sofferenza indicibile. Quegli occhi non li potrò mai scordare. Mai. Aveva 50 anni e io 19.
Ecco, appunto: l’altra faccia della vita. Comprendo i resti della tua sofferenza, cara Livia. Che non potranno andarsene via. Degnissima l’accettazione del dolore. Come la decisione di fermare le lancette. Io spero di avere la forza per la prima.
Ti abbraccio