Acqua e zammù all’Acquario di Genova

Mio intervento nella presentazione del 22.1.26

A

L’intervento sotto riportato era stato preparato per la serata. Durante la quale però, alla fine, ha prevalso l’improvvisazione. Tuttavia, poiché a me non piace buttare via niente, ecco qui di seguito le riflessioni fatte in preparazione dell’evento.

Buonasera a Voi. Prim’ancora di dovuti e sentiti ringraziamenti, il mio saluto a Genova.

Potrebbe sembrare una scaltra operazione di marketing presentare un libro che si intitola Acqua e Zammù qui, nel suo fiore all’occhiello, il suo splendido Acquario, che peraltro questa mattina ho visitato traendone grandi emozioni, comprese quelle suscitate dalle carezze alle razze nel touch point. In realtà, è solo una fortunata coincidenza, direi “naturale”, è serendipity che mi ha portato verso qualcosa  di prezioso e non cercato (oddio, al netto d’un po’ di insistenza fatta per l’evento).

Dunque, mi son detto, si va all’Acquario! E mi è poi venuto da pensare: lì i miei personaggi potranno venire osservati, come attraverso i cristalli.

Eppoi c’è questa città che amo molto, per svariate ragioni, a incominciare da quelle ancestrali, che la legano alla mia città, Napoli, in cui – come avrebbe detto Giordano Bruno – benigno cielo m’accolse quasi settant’anni fa.

Il mare, che accomuna le nostre storie, i miti, lì quello del corpo della sirena Partenope che approda tra Megaride e il promontorio di Pizzofalcone e qui quello di Giano, il cui sguardo bifronte poggia sulla terra ma anche sul mare stesso. Partenope è voce che incanta, Giano è sguardo vigile, che controlla.

Poi, Genova mi risveglia legami antichi; e l’Acquario mi rimanda ovviamente a Beppe Costa e lui a Gemma Malerba, che per me – lo dico soggettivamente, e non resti esclusa nessuna delle signore presenti – è tra le più affascinanti Sirene liguri che io abbia conosciuto.

Sicché è evidente che a loro, a Gemma e a Beppe: anzi: alla Gemma e al Beppe, vadano i miei primi ringraziamenti, di vero cuore. Ma poi, molto caramente, al Direttore Brambilla, che m’ha onorato della sua presentazione e gratificato per le cose belle che ha voluto dire di questo libro; e al bravissimo Enzo Paci, che ha fatto materialmente presenti tra voi, con la sua arte, due racconti della raccolta: uno serio e uno un po’ pazzarello (anime diverse, ma che convivono in questa silloge).

Ma vengo a qualche brevissima considerazione, che mi sembra coerente con il contesto in cui ci troviamo.

  1. Mi viene intanto da dire che l’Acquario, innanzitutto, può esser visto proprio come metafora del libro.

Stesse creature, ambienti diversi.

L’Acquario è il luogo in cui vite normalmente sommerse diventano visibili.

Acqua e Zammù fa lo stesso: porta in superficie esistenze, che sono forse minime, laterali, spesso invisibili, ma vengono osservate mentre nuotano nel loro habitat quotidiano.

I suoi personaggi non sono eroi, non sono mostri, ma esseri che sopravvivono, si adattano, talvolta si nascondono.

Perciò il libro funziona come un acquario narrativo.

  1. E poi non vi è solo metafora!

Poiché, come nel racconto eponimo “Acqua e Zammù”, l’acqua si presenta come misura del vivere. Non simbolo astratto, ma necessità primaria.

L’acqua non è (solo) poetica, è materiale: disseta, sebbene al tempo stesso accogliendo (o, in altre novelle della raccolta, lava, diluisce, a volte impoverisce).

Come per i pesci dell’Acquario, l’acqua non è un elemento romantico, ma una condizione di possibilità. Senza acqua non c’è storia, non c’è vita, e non c’è racconto.

E lo zammù (il sambuco), che dà sapore all’acqua, direi che è l’equivalente umano dell’ambiente: un’aggiunta minima che cambia tutto, come può farlo una corrente, una temperatura, una salinità diversa.

Acqua più zammù, uguale: vita che si adatta, cercando una strada possibile, e non vita che trionfa.

  1. Pesci, uomini e sguardi: chi osserva chi?

Poi c’è un altro aspetto. All’Acquario il visitatore guarda i pesci, ma spesso ha la sensazione opposta: sono loro che guardano noi, mentre magari schiacciano il muso sul vetro.

Nei racconti accade lo stesso: intanto il narratore è il primo a osservare; ma sono gli stessi personaggi, con una frase, un gesto minimo, a ribaltare lo sguardo; e l’autore si riconosce in essi, e impara a conoscersi;

Il lettore, a sua volta, entra credendo di osservare vite altrui, ma finisce per essere osservato – ovvero auto-osservarsi – nelle proprie abitudini, i suoi limiti, e finanche nelle sue meschinità, o nelle sue tenerezze, ecc.

L’Acquario diventa così il luogo perfetto per una letteratura che non si propone come didascalica, ma si limita ad esporre.

  1. Il mare come archivio di storie

Perciò non è un’avventura, è sedimentazione.

Il mare dell’Acquario – intendiamoci – non è quello dell’epica marinaresca.

È un mare stratificato, silenzioso, fatto di livelli.

Esattamente come Acqua e Zammù, che è una raccolta per accumulo, non per climax (accrescimento): i racconti sono brevi, autonomi, ma comunicano come vasche contigue.

Ogni racconto è una vasca: diversa, autosufficiente, ma parte dello stesso ecosistema umano.

  1. L’ironia come forma di galleggiamento

I personaggi di Acqua e Zammù non affondano mai del tutto, anche quando la situazione è amara.

Galleggiano. A volte male, a volte di traverso, ma restano a galla.

L’ironia del libro (intendiamoci: non che io voglia ritenerla imprescindibile nella scrittura, come oggi si tende un po’ a fare, soprattutto nelle presentazioni e recensioni dei libri) oso dire che non è decorativa: è una tecnica di sopravvivenza per questi personaggi che, come detto, sono per lo più laterali, come la vescica natatoria che appunto controlla il galleggiamento.

  1. In conclusione,

presentare Acqua e Zammù all’Acquario di Genova forse non significa tanto portare un libro sull’acqua in un luogo d’acqua, ma anche riconoscere che queste storie, come i pesci, vivono bene solo se osservate con pazienza, senza rumore, senza aspettarsi uno spettacolo pirotecnico, ma accettando la vita così com’è: minuta, ironica, ostinata.

Grazie!

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