
Buonasera amiche care (è vostra, come di consueto in queste presentazioni, la maggioranza di partecipazione, ma oggi peraltro vi è uno specifico motivo tematico) e anche ai pochi amici pure altrettanto cari, venuti stasera a sentir parlare di Acqua e Zammù. Qualcuno addirittura mi ha seguito alla precedente presentazione, la prima in assoluto, che a Napoli ne è stata fatta alla Feltrinelli; poi a quella sono seguite altre presentazioni: questa è la quinta, perché il libro è stato presentato alla libreria Giunti di Caserta, al Museo archeologico vesuviano e la settimana scorsa all’Acquario di Genova. Poi seguiranno altre occasioni importanti, come nella Sala Consiliare della Provincia di Benevento e al polo letterario di Potenza che le patrocinano; e svariati altri ancora. E nel frattempo il libro è stato anche tradotto in spagnolo.
Riparlarne qui aveva quindi maggior senso da un’angolazione diversa e per questo io ho invitato delle amiche care e stimatissime, perché facessero luce su quell’aspetto del libro, che credo fosse già un po’ anticipato a lettura della sinossi in quarta di copertina, dove di personaggi femminili ne vengono menzionati un certo numero e sono forse addirittura in prevalenza in questa raccolta di racconti, ma come è stato detto stasera in maniera davvero puntuale ad essere presente nel libro non è soltanto una miriade frastagliata di personaggi femminili ma è anche una visione, quella del femminino, a cui provo sempre a dare spazio nella scrittura. Direi anzi che questo è proprio un mio tratto e azzardo anche che sia una mia linea espressiva peculiare, magari non tanto frequente in quanto si tratta di un aspetto che si riscontra più nel cromosoma pari che in quello dispari, che solitamente ne è carente. Beninteso, non voglio affermare di pensare a questo mentre sto scrivendo, ché lo scrittore – anzi ogni artista – se si lasciasse condizionare dal proprio registro espressivo farebbe la fine del millepiedi, a cui, dopo che aveva sempre proceduto armonicamente, qualcuno chiese quale gamba mettesse avanti per prima e allora si soffermò a pensarci, si bloccò e non camminò più.
Allora, il femminino, come una visione diversa e peculiare del mondo: come principio della cura, della relazione e della generazione (della vita come del senso), orientato alla continuità dell’esistenza più che alla conquista o al dominio.
E uno dei temi di rilievo a cui il femmino induce è quello che solitamente viene definito come poetica della grazia. Quindi parlare delle donne, esprimere il femminino non significa parlarne banalmente al rosa, come donne che sono più umane più buone più eccetera; significa anche portare in evidenza questa poetica della grazia.
Nel libro, è presente talvolta anche il suo opposto ovvero la “dis-grazia”, fatta di eventi che ci colgono, a prescindere da una nostra colpa, quelli che non facciamo nulla né in positivo né negativo perché avvengano o meno. Ecco, questa è un’ottica che dettaglia l’idea della grazia – ma anche della disgrazia – come qualcosa di eccedente il nostro volere. E anche di immeritato o di non demeritato; ed è qualcosa che, trasferita in estetica, rompe la retorica dell’eroismo: quindi è capace di fondare una poetica dell’umiltà, dello scarto e in conseguenza porta in primo piano gli ultimi, le figure periferiche, laterali; e dunque, mentre alla disgrazia si tratta di sapere fare fronte, essere – come si dice sempre oggi con quella parola un po’ abusata – resilienti, con la grazia, con la poetica della grazia che diventa narrazione, a vincere non è a tutti i costi il più degno, il migliore, ma chi viene toccato (San Paolo direbbe: “non per opere, per grazia”): è un concetto umanamente difficile da accettare, culturalmente e ancor più psichicamente assai difficile da accettare perché noi abbiamo bisogno di ordine e certezza e nell’ordine e nella sicurezza pensiamo che – e questo è molto della morale borghese – facendo tutte le cose per bene, mettendoci a posto, stando dalla parte giusta, nulla possa accaderci; il che assolutamente non è. Poiché le cose accadono, comunque. Perché il povero pastore recluso per trentatré anni ingiustamente non ha fatto nulla che non fosse in regola; la povera Giulia Cecchettin vittima di femminicidio o la scacchista Anita che subisce stupro o molti altri personaggi femminili per cui certi eventi, non irrompono in maniera eclatante, piuttosto arrivano gradualmente scavano lentamente. Come per Amelia la moglie del nobilotto di paese di Montecchio. O per la centenaria Danta, toccata nel senso che lei ritiene di ricevere nelle sue valli dolomitiche la visita della Aurora boreale. E allora, questi personaggi in un modo o nell’altro sono più o meno tutti toccati, e non c’è pertanto la retorica dell’eroismo, non c’è la retorica del premio che si riceve in cambio di un comportamento corretto eticamente, lodevole e così via, c’è la vita come accade e questo nei miei racconti può dirsi poetica della grazia.
In letteratura si potrebbero evidentemente fare esempi in cui succede lo stesso, ma anche nel cinema o finanche nella musica; e nelle arti visive mi verrebbe da citare più di ogni altro Caravaggio: la luce che arriva da fuori dall’esterno, la luce a illuminare quasi sempre gli ultimi, ma illumina senza che nessuno se la conquisti.
La vita, allora, è caso è fortuna per questo è solo disordine? No, perché come contrappunto proprio della disgrazia, o se vogliamo dire così della sventura che ci colpisce incolpevolmente c’è poi la poetica della grazia, che può sintetizzarsi come un atto di cura e custodia del mondo. Così, il personaggio di Dhyāna, presidente di un non precisato Stato partecipe di una riunione del G 96, cioè un incontro mondiale senza precedenti, amplificazione del G7, che ha luogo per parlare di cosa? di misure atte a scongiurare la guerra. E Dhyāna è colei che sarebbe incapace di mandare a morire un figlio, per mano di un suo fratello.
Quindi Dhyāna è custodia del mondo e soprattutto non si presenta come una soluzione, si presenta come “tenuta” e se mi consentite di dirlo in generale per il mio Acqua e zammù non si cercano salvezze trionfali; piuttosto la grazia spesso coincide con il continuare ad andare avanti, il restare umani e in una parola il non farsi guastare dal guasto. Ecco il profondo legame al femminino, nel senso di presentarsi come uno sguardo che non è totalitario. Molti autori maschili sono narratori di conquista, di giudizio, di sistema, mentre è a me più congeniale uno sguardo che si sforza di non chiudere non incasellare non pretendere una morale unica; e la sospensione dal giudizio dalla morale, dalla conquista, è per l’appunto la poetica di cui ho parlato e risiede nello sguardo delle donne – una sorta diciamo così di epistemologia femminile – ove le figure non sono soltanto personaggi ma conducono il tempo, la memoria, la trasmissione: sono continuità e sono fedeltà al reale. E anche capacità di stare nel dolore senza spettacolarizzare e – se posso dirlo in questo modo – è come una passata di mano sul mondo. Non c’è una magia che risolve ma c’è una forza che trattiene, un’etica della cura, la quale a sua volta, come ho detto, si fa estetica della narrazione.
Temo di aver abusato della vostra pazienza e del tempo che io stesso m’ero assegnato. Pertanto, concludo con una battuta finale.
In Acqua e zammù c’è pur la disgrazia e questa è l’urto del male. Ma la grazia è il resto insopprimibile nella storia umana: quel poco (o a volte tanto) di umanità che non si lascia confiscare.
Ma non sentitevi oppressi da questo discorso molto serio (forse addirittura serioso). Perché poi nel libro troverete anche racconti assai leggeri e – spero – addirittura spiritosi.
Grazie
